Una caduta di stile (liberamente ispirato a La caduta di Casa Usher di Edgar Allan Poe)

Vanno bene il senso estetico e la raffinatezza,

ma non dimentichiamo di mescolarli a una generosa dose di tatto e simpatia:

la natura è in agguato, e la vendetta è un piatto da servirsi… Viscido!

buccia-di-banana

Giacevo scomposta, quasi oscena, con gli arti spezzati, sulla strada. Intorno a me, i miasmi putridi di una pozzanghera risalivano fino al cielo plumbeo. Sull’asfalto, si intravvedevano qua e là una fioca luminescenza verde e una criniera di tarassaco, alternate a saltuarie – quanto recidive – tracce acri lasciate da segugi dal tartufo fremente… Merde di cane, per intenderci. Al di là di ciò, non si poteva certo dire che il palcoscenico del mio scempio fosse in completa decadenza. Forse solo lo sguardo sottoposto di fresco al laser si sarebbe accorto della lieve incrinatura nella trama della via, come una vecchia cicatrice sul volto di un corsaro. Un caso di serendipità: stavo laggiù, sospesa tra il delirio e la tetra onniscienza che si acquisisce poco prima della dipartita, a riflettere sull’infanzia in Costa Rica, sul tatuaggio blu dell’amata Chiquita sul mio petto e sul modo in cui avrei fatto ritorno alla terra e sarei stata smaltita (pur non essendo stata gettata nel contenitore dell’organica), quando la vidi… Lei, la cagione, il motore immobile, lei, Daria Strozzi. “Immobile” non proprio: avanzava con portamento sicuro su un paio di tacchi dodici, incurante delle stilettate inferte a formiche e bagarozzi a ogni suo passo. Era tutta una profusione di chiffon e di altri vocaboli francesi, grondava grandi firme e must have, sulla testa una falange oplitica di capelli color Legolas. Occasionalmente, il collo si tendeva e si inclinava appena, facendo sì che il viso levigato si piegasse di qualche grado verso le forme di vita umanoidi dabbasso: allora lo sguardo chiarissimo lasciava una carezza pietosa sulle guance troppo pallide o accese più del dovuto come quelle dei clown (gli Anni ’80 non fanno più tendenza), acneiche o rosate, dei passanti. Ma la fugace fossetta, l’increspatura delle labbra e l’innalzarsi fulmineo dell’arco delle sopracciglia di Daria Strozzi prorompevano in un urlo silenzioso: «Ma come ti conci?!» L’abito bon ton scopriva, falcata dopo falcata, un tratto di gambe che avevano visto ben pochi bignè e rolatine imporchettate, e ciascun colpo d’anca era un affondo ai danni del cattivo gusto altrui. «Sciatta! Sei sciat-ta! Aaah!» aveva dichiarato qualche istante prima, quasi graffiandosi le gote con la french. L’altra donna, la mia golosa carnefice, si era fatta diafana, semicatatonica; passandosi le dita grassocce su quella specie di sudario, scelto per nascondere le sue rotondità (e questo lo definiresti un prendisole?!), come per cancellare una colpa sanguinosa – novella Lady Macbeth –, era corsa via, per quanto lo permettessero le caviglie acquose e le infradito, e aveva svaligiato il primo posto che potesse regalarle una consolazione calorica… Un sano ortofrutta, che ironia. Trovò me. Mi squarciò, ingollò le mie viscere e gettò i resti sul selciato, sorda ai miei spasmi. E qui ritorniamo al nocciolo della vicenda, l’epifania di Daria Strozzi. Stava procedendo spedita, quando la sua decolté intercettò la sottoscritta: fu l’inizio di una lunga e rapidissima serie di (s)fortunati eventi. La pressione del piede, per quanto aggraziata, schiacciò ulteriormente il mio involucro e lo inchiodò a terra, finché io e il catrame fummo una cosa sola; splat! Il succo vitale fuoriuscì dalle ferite, rendendomi vischiosa; slittai all’indietro, in stato di shock, trascinando Daria nel mio moto. Lei spalancò la bocca, un ovale incorniciato di lip gloss; la gamba destra si slanciò verso l’alto, mentre la sinistra graffiò la strada in brusca retromarcia – una sforbiciata di certo originale, ma inappropriata, demodé azzarderei, in quella precisa occasione; le braccia annasparono, un’extension si staccò dallo chignon, il bacino improvvisò qualche passo alla Shakira, le pupille si dilatarono, come se stesse assistendo a una sfilata di oranghi in abiti Chanel. La crepa sull’asfalto si allargò in un sorriso luciferino. Sentii un prolungato fragore, uno sbattere di denti e di tacchi, e Daria Strozzi, livida e muta per lo scorno, finì faccia a faccia con la nera realtà… E la merda di cane.   …   I dolori si sono attenuati, il mio stato mentale alterato sta ritrovando l’equilibrio, i terrori vanno dileguandosi come fantasmi al mattino; ora tutto è chiarezza, e speranza, e pace celestiale, sono pronta a mollare gli ormeggi e a pendolare dagli alberi dei Campi Elisi. Se esiste un paradiso delle banane, mi sono guadagnata un posto in prima fila.

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