Cipria

Un cosmetico dalla fragranza ambrata, che fissa il trucco e rende la pelle vellutata come un petalo… Ma attenzione alla data di scadenza!

Cipria

Il negozio la trovò mentre era in pausa pranzo. Olivia stava girovagando alla ricerca di uno spuntino veloce e abbastanza sano – maledetto pasto (senza buono pasto) fuori casa! –, quando la sua vista in calo glicemico intercettò lo scintillio di una bottega di articoli vintage. Una petineuse laccata, due o tre foto di “giovanetti” (com’è che i bambini di una volta sembravano già anziani?), un set di spazzole, oggettini che tintinnavano solo ad avvicinarci le ciglia e che avrebbero fatto la felicità di un gatto.
Dodici minuti di break erano già passati, per trangugiare una piadina bio o una quiche veg ne avrebbe impiegati meno della metà: c’era giusto il tempo di…
Olivia spinse la porta ed entrò, muovendosi a rallentatore per non fare danni – con quella bisaccia di tela piena di fotocopie e fascicoli sembrava la giostra del Saraceno. Sfiorò un paio di orecchini in lapislazzuli, un fazzoletto con una “G” ricamata (Gertrude? Gatsby?!), poi la mano si chiuse attorno a una piccola scatola di cartone.
«Non è una meraviglia?» commentò una voce alle sue spalle, e fu come se a parlare fosse stata una gelatina alla frutta, tutta zucchero e colore, «È una confezione di cipria originale, pensi che dentro c’è ancora un po’ di polvere!» La padrona del bazar tolse il coperchio e… Olivia rispose con uno starnuto da tenore.
I frammenti color pesca le volteggiarono attorno come insetti luccicanti e profumati, offuscando gli scaffali, le mensole, le pubblicità ingiallite e i guanti di pizzo.
Tutto le parve improvvisamente nuovo… o retrò: intravide una sala da ballo, tremolante nel fumo dei sigari e delle sigarette in eleganti bocchini di giada; scoprì di non cavarsela affatto male con il Charleston e che il liquore del Cotton Club sapeva di fuoco e di proibito; intrattenne una conversazione silenziosa con un Rodolfo Valentino lucido di brillantina e di furfanteria, che in un momento le fu accanto, giocherellò con la piuma di struzzo della sua acconciatura alla moda (quando si era tagliata i capelli a caschetto?) e le sussurrò all’orecchio…
«Bella, mi devi quarantacinque euro, e mi hai pure sporcato la moquette!»
La ragazza fu riportata alla realtà da un accento che adesso aveva ben poco di fruttato – piuttosto le ricordava le pastiglie Valda infeltrite della prozia Iole.
Ai suoi piedi, ancora scalpitanti (la statua di un giaguaro, quasi a portata di tacco, sbarrò gli occhi di porcellana), un quadro astratto di pulviscolo e la scatoletta, un po’ ammaccata.
«O la compri o…» la minacciò la signora, indicando il cimelio, ormai svalutato.
«La compro, la compro, mi scusi» tagliò corto Olivia, facendo la sostenuta, «Quarantacinque euro per un ciapapuer!»
Uscì dal negozio mugugnando, con la pancia e il portafogli vuoti – in un certo senso, aveva rispettato il proposito di tenersi leggera –, ma tenendo stretto il suo maquillage d’altri tempi.
Anche la realtà poteva essere più luminosa… Con un velo di cipria.

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