Calzini bianchi

Chi ha detto che i calzini bianchi fanno fuggire le donne a gambe levate (non importa che abbiano i tacchi o siano scalze, la velocità è la stessa)?

Calzini bianchi

Il mio sottoposto Umberto – o, almeno, così credo che si chiami – è appena stato mollato dalla sua donna. Peccato, non l’avevo ancora conosciuta, avrei potuto prendere a servizio anche lei, sono certo che avrebbe accettato l’impiego con gioia.

È stato mollato, sì, così adesso è depresso, non svolge più le sue mansioni in modo appropriato, e ad andarci di mezzo sono io. Il motivo della rottura? I calzini bianchi!

Non ero presente alla discussione con la diretta interessata, l’altra sera ho solo sentito Umby riferirlo con voce impastata al suo amico Gigi (questa azienda non è un porto di mare, dovrei stabilire delle regole più ferree), mentre beveva birra scadente, giocava alla Wii e si strappava i pochi peli che gli restano sulla testa.

Comunque sia… I calzini bianchi. E quale sarebbe il problema? La cosa ripugnante, semmai, è quando il mio vassallo se li toglie… Roba da splatter, neanche i piccioni spiaccicati sull’asfalto mi fanno così senso. Io ne ho due paia e farne a meno, francamente, mi pare un’assurdità.

Se Diana, Iside, Freya, Mamma Natura o chi per loro ti ha fatto un dono, perché rifiutarlo per accontentare una squinzia che non ha mai avuto la decenza di presentarsi al capo (io), o almeno di mandargli per conto terzi (Umby) un tributo, un regalino, un salmone norvegese?

Timore reverenziale a parte, trovo che i calzini bianchi stiano d’incanto, soprattutto su un fisico possente, erculeo, bronzeo, come il mio.

«Ha detto… ha detto…» balbetta per l’ennesima volta il cicisbeo al telefono (affligge tutti i contatti della rubrica da quando è successo il fattaccio), «che con i calzini bianchi e i sandali non mi si poteva guardare!».

Su questo punto, non posso che dare ragione alla tipa: per quale motivo penalizzare quell’albo dettaglio indossando delle strisce di cuoio scadente (mi permetto di dirlo, perché l’ho testato personalmente)?

Tuttavia, non capisco proprio che cos’abbia contro di loro, secondo me sono un segno di distinzione, un quelque chose che suscita simpatia e che rimane impresso nella memoria per sette vite… Prendi per esempio Toffee: l’ho sedotta la primavera scorsa, siamo stati insieme un’unica notte (il mattino dopo sono scappato… Troppe responsabilità… E poi avevo un appuntamento con Leila!), ed è ancora lì alla finestra a sospirare al ricordo del sottoscritto e delle sue candide estremità.

Sophie, Titti, Camilla, Milù: ne ho una – a volte di più – in ogni angolo del mondo conosciuto; con alcune siamo parenti (non vado per il sottile e non faccio complimenti), con altre ho fatto dei figli che non ho mai conosciuto, con altre ancora ho vissuto liaisons dangereuses, suscitando scalpore e rivolte di sudditi (non hanno ancora capito chi comanda), e da allora non le ho più incontrate, ma tutte, dalla prima all’ultima, sono capitolate di fronte al fascino del qui presente.

E capitolerebbero, gemerebbero, mostrerebbero il fianco (e non solo quello) ancora e ancora, se non fosse per un certo problemino, che trascende ogni mia volontà, nella zona sud: Umberto traditore, credevo che mi portasse in trionfo fuori dalla mia magione, e invece mi ha condotto da un macellaio prezzolato… Perché non l’ho ancora licenziato?

«Che cos’hai da miagolare, Bianchino?» il mio infido lacchè smette di lamentarsi al cellulare e mi guarda dall’alto del suo metro-e-tanta-voglia-di-frignare. «Ecco, mangia ancora un po’ di pappa: pesce oceanico e primizie dell’orto, la tua preferita!».

Possono avermi tolto gli attributi, ma nessuno resiste alla mia magnificenza e ai miei calzini bianchi!

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