Calze di nylon

Sopra la biancheria intima, sotto il body, sul palcoscenico o sulle punte: le calze di nylon si accordano alle movenze più sensuali e attirano lo sguardo.

Una sola avvertenza: maneggiare con cura…

 Calze di nylon

La bisnonna Aloisia era una donna bellissima – e bellissime sono la nonna e la mamma, poi il meccanismo deve essersi inceppato: capelli neri, come le onde del mare che non vide mai, fisico minuto da ninfa, occhi come campi di battaglia, templi, falconi e corti medievali, in cui si incontravano – e talvolta scontravano – tutte le stirpi che scorrono nel nostro sangue; inquieta, volitiva e allo stesso tempo fragile; un misto di senso pratico, arzigogoli e superstizioni. Impossibile non venerarla.

Si sposò per amore con un bell’uomo alto e biondo, dallo sguardo dolce, che sapeva prenderla per il verso giusto. Per anni, solcarono insieme le onde dei raccolti capricciosi, degli espropri e delle vagheggiate ridistribuzioni, della guerra, delle perdite incolmabili e delle piccole conquiste quotidiane. Quattro figli che divennero a loro volta genitori (un miracolo, visto l’alto tasso di mortalità infantile), nipoti e pronipoti come se piovessero, pranzi chiacchieroni, tavole imbandite, dispetti e carne arrosto: il sogno di ogni donna del Sud degli inizi del Novecento.

A due anni ero alta quasi quanto lei, e adoravo stringerla come se fosse una bambola delicata, appoggiare la mia guancia alla sua, nivea e senza rughe, ammirare la sua grazia (la menopausa non le aveva lasciato alcun souvenir, né un rotolino, né una provvista di adipe per gli inverni più freddi), e chiederle se mettesse una speciale “crema per la ciccia” ancora ignota al genere femminile. Lei lasciava fare, rideva, diceva che ero bella: forse sarebbe bastato questo a rendermela così simpatica.

Mi sembrava magica, così diversa dalla matrone baffute e caciarone che vivevano intorno alla sua casa a scatola cinese. E quest’aura di incanto, oltre che da un carisma tutto interiore, era data anche da qualcos’altro: il suo guardaroba.

Nonostante portasse il lutto per il bisnonno, ogni suo abito era un capolavoro di sartoria; apprezzava i colori, le fantasie fiorate, i tessuti pregiati (che sapeva valutare strofinandoli appena con le dita); perfino il suo corredo funebre – era previdente, la mia nonnina – mutava con le mode.

Un trattamento particolare era riservato ai collant: il nylon, poliammide statunitense molto delicato (sapete che per produrre un solo paio di calze ne sono necessari 14 chilometri?), era maneggiato – letteralmente – con i guanti… bianchi, di cotone, per evitare le smagliature.

Certo, i materiali di una volta erano più resistenti, ma la virtù della formica e un certo garbo nei modi ci mettevano del proprio: una calzamaglia durava una vita e non dimostrava la sua età.

Penso spesso a nonna Aloisia, guardando le vetrine del centro, sospirando davanti a un tailleur Chanel o a un vestito di Moschino, provando muffole di lana e cappellini alla francese e, soprattutto, ogni volta che il mio piedone anti-Cenerentola attraversa uno sventurato paio di collant – che vive poco più di un efemerottero – come se fosse la Manica, con lo stesso procedere spedito di uno squalo… E, immancabilmente, squarcia il nylon con la naturalezza di un poltergeist che varca una parete di mattoni. Mia cara ava, quanto poco ti somiglio!

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