Velo da sposa

Un accessorio per nascondere una sposa non particolarmente avvenente, un simbolo di buon augurio e di protezione, una barriera contro gli spiriti maligni, l’emblema della vittoria della virginità: il velo da sposa ha una storia lunga ed è un accessorio indispensabile per tante spose di tutto il mondo… Ma cosa si cela tra le sue pieghe?

Velo da sposa

A volte mi chiedo che cosa si provi a essere “canonicamente belle”: un naso dritto, una pelle dai pori invisibili e che non sembrino vulcani in eruzione, un fisico da Venere con i pieni e i vuoti al punto giusto, mani curate e piedi di fata.
Le guardo, loro, le C.B., chiacchierare amabilmente con altre C.B. di fronte a un cappuccino dek (sacrilegio!) e un tramezzino ai cereali, inconsapevoli, o forse no, del proprio magnetismo; le vedo sui mezzi pubblici, al parco – a quanto pare, sono immuni agli effetti delle allergie quali sfoghi purulenti che fanno tanto epidemia di peste del 1348, occhi gonfi e narici come Cascate del Niagara –, in centro e in periferia, sui giornali e dal vivo, sui trampoli, sul palcoscenico, in aria e senza rete, al supermercato e nelle sale d’aspetto: flash di sorrisi perfetti, di guance rosa per natura o aiutate con discrezione dal fard, di occhi brillanti come brillozzi.
Va bene, sono affetta dalla sindrome di Calimero, so di soffrirne come so che devo evitare le noci e i luoghi polverosi, eppure non posso fare a meno di pormi quella domanda di cui sopra… Anche se poi, più orgogliosa del più bacchettone dei Bizantini, rifiuto anche solo di pensare di sottopormi a un intervento di chirurgia estetica, e giro alla larga dagli individui dai piedi caprini che mi promettono una quarta di reggiseno in cambio di un’inezia, una quisquilia, indicata in piccolo al fondo del contratto.
Magari sono semplicemente cervellotica, naufraga in un brainstorming di se, di ma, di vite precedenti e progetti futuri; magari, solo per qualche volta, vorrei che le risposte e i traguardi galleggiassero sulla superficie, senza essere obbligata a scavare, andare a fondo e restare in apnea… Come se una figura che rispetti la sezione aurea risolvesse tutto.
Anche in questo momento mi costruisco i miei film e confondo le trame, ma faccio un passo e il timore della cellulite si allontana, ne faccio un altro – cadenzato, quasi aggraziato, in sincronia con quello della persona che mi offre il braccio – e il profilo dantesco non costituisce più un problema, un ultimo ancora e capisco di essere arrivata: senza dubbi e paturnie, ma colma, e mai sazia, di una curiosità sana e del desiderio di iniziare il viaggio e di gustarmelo per tutta la strada che mi sarà concessa.
Cade anche il velo di Maya di tulle, il velo da sposa, con i suoi intrecci impregnati di fissazioni e di fondotinta (forse mi hanno truccata un po’ troppo): lui me lo scosta dal viso e lo sistema oltre l’impalcatura di boccoli e pettini dell’acconciatura, con la sua attenzione così familiare e ogni volta sorprendente.
Mi guarda, sorride e vedo il riflesso nelle sue iridi nocciola: non trovo una bellezza armonica, né un cefalo, né un “tipo”, ma distinguo chiaramente il contorno e l’essenza di me stessa… Per arrivare qui, al mio posto e con lui, non potrei che essere così, non potrei che avere queste ossa, questo DNA e questo spirito.
Sono speciale, ecco. E fottutamente felice!

Ad A., a quattro giorni dal nostro matrimonio

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