Cappello di paglia

Un copricapo unisex, spesso decorato, con falde larghe, rigide, e di forma tondeggiante:

il cappello di paglia esiste fin dall’antichità… Proprio come le profezie

  Cappello di paglia

Non aveva mai creduto al paranormale, lui. Era giovane, sì, praticamente appena uscito all’uovo, ma non si lasciava menare per il naso – parola, tra l’altro, della quale ignorava il significato – da falsi profeti, prodigi di arbitraria interpretazione, annessi e connessi.

Scienza, una viscerale passione per la frutta (pesche e albicocche, soprattutto) e copula: queste le parole chiave, le missioni della sua esistenza.

Svolazzò pensoso verso un fico, pregustandone la freschezza zuccherina sulla punta delle zampe – sei parentesi quadre scure contro il cielo estivo –, ma senza averne davvero voglia.

«Guardati dal sole e dalle sue suadenti bande dorate» gli aveva detto la veggente, gli occhi caleidoscopici fissi nei suoi, minuscoli – allora era solo una larva, un potenziale aviatore in attesa di spiccare il volo.

Stare attenti al sole, sai che novità… Non a caso i suoi genitori, nati e cresciuti nel Dipartimento di Filologia Classica dell’Università Tal Dei Tali, lo avevano chiamato Icaro: mai andare al di là dei propri mezzi, mai librarsi oltre una certa altezza. Ovvio. Naturale. Lui lo sapeva e condivideva appieno l’ideale dell’ostrica… O del moscerino.

Icaro scosse la testa – uno scatto, una specie di fulmineo tic, a dire il vero – al ricordo, poi improvvisò una danza involontaria, staccando alternativamente le zampe dalla superficie violacea del frutto, bollente: l’arrivo improvviso dell’estate più calda degli ultimi anni e dell’afa luciferina e il loro perdurare aveva sorpreso anche lui, troppo abituato alla precisione da ingegnere svizzero della Natura.

«…E ricordati: non è tutta flora ciò che profuma» gli aveva gridato dietro l’indovina, mentre mamma e papà – era ormai una settimana, una vita, che il Tristo Tessitore, il ragno che abitava nel capanno degli attrezzi, li aveva presi nella tela, poveretti – se lo caricavano sul dorso in tutta fretta, pallidi e scossi da quei presagi.

Farneticazioni, deliri… Si diceva che la vecchia maga avesse più di due mesi (altro che Matusalemme!), qualche segno di cedimento era più che giustificato e facile da perdonare.

Ignorò una signorina che sbatté le ali traslucide nella sua direzione e si posò su una foglia madida, ancora rimuginando sui vaticini e con la voce ronzante della megera nel cervello, più invasiva del vischio, più letale dell’insetticida. Il caldo e il calo di pressione diedero il proprio contributo, e Icaro perse la presa: in stato di trance, si lasciò trasportare dal venticello torrido, roteò tra la sterpaglia e fu sul punto di lasciarsi cadere, quando i suoi occhi composti colsero una macchia gialla, invitante in mezzo a quella desolazione assetata… Il sole!

Al diavolo le profezie, quello era un segno! La stella più luminosa del firmamento, la fonte di calore inesauribile… Era lì, vicinissima, e i suoi raggi di velluto lo chiamavano, lo accarezzavano, lo spingevano a riprendere quota. E quelle non erano forse margherite? Il sole cinto di fiori, come una sposa con una coroncina di rose: un’immagine di certo innovativa, ma un tantino assurda. Icaro accantonò la logica, si lanciò verso quella visione paradisiaca più rapido di un proiettile… E si schiantò contro il cappello di paglia della ragazza seduta sul dondolo a sorseggiare tè freddo.

«Il tuo cappello giallo è peggio della carta moschicida, sta attirando un sacco di insetti… E con quelle margherite di plastica, poi!» commentò la sua amica, giocherellando con una cannuccia.

«Forse ho scelto il colore sbagliato, ma almeno resto con la testa all’ombra… Oggi questo sole uccide!»

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