Espadrillas

Un pezzo di tela e una suola in corda di iuta tenute insieme da un filo hanno lo stesso effetto delle madeleine…

Non ci credete?

  Espadrillas

Le estati della mia infanzia e prima adolescenza hanno il profumo delle Espadrillas. No, non sanno di stoffa, di corda umida o – peggio – di piede sudato, ma di tonalità inimmaginabili (almeno per un uomo), di un tocco un po’ ruvido e schietto sulla pelle, di terra secca, sterpaglia, bisce e cuccioli di cane e di agnello.

Durante le vacanze, per due settimane, “scendevamo” al paese di origine di papà, e le Espadrillas erano un must: la bambina di città (indovinate chi) era poco propensa a familiarizzare con i fili d’erba che avessero la sciagurata idea di sfiorare il suo piede urbano, e, soprattutto, la casa dei nonni era piena di scale, croce e delizia della stessa gagna che, oltre a essere schizzinosa, era pure scoordinata e inciampava nelle sue stesse scarpe (e fin qui sembra più o meno la trama di Twilight). Le infradito, gli zoccoli e i sandali erano quindi fuori discussione e avrebbero dovuto attendere in vetrina il loro turno ancora per qualche anno.

Il “rituale delle Espadrillas” segnava la fine della scuola e l’arrivo delle ferie: si andava nel medesimo negozio e si acquistava un paio delle medesime calzature; ovviamente il numero cambiava, e dal 28 si passò rapidamente al 36, al 37, per raggiungere, infine, il traguardo del 39.

E cambiava il colore. Credo di poter distinguere le mie estati proprio grazie alla tinta delle Espadrillas: verde acqua per la prima stagione calda che ricordi, quando ero fissata con quella nuance (accettai con entusiasmo la proposta della prozia, maga dei ferri e della lana, di regalarmi un golfino verde acqua, ma ci fu un malinteso e rimasi delusa: io volevo un delfino, non un maglione con le trecce e i bottoncini luccicanti!); salmone la volta in cui, forse per affinità cromatica, scoprii la mia predilezione per il pesce; azzurro puffo nell’anno delle ginocchia sbucciate(sfoggio ancora le cicatrici); giallo pallido, con tanto di perline, in concomitanza con l’affacciarsi delle prime cotte e vanità; nero (lo stesso paio lo riutilizzai per le lezioni di teatro) per suggellare il mio amore per l’horror, tuttora appassionato.

Erano colorate, quelle estati, a partire dai miei piedi e via via risalendo fino alle montagne e al cielo spruzzato di nuvole e ali d’aquila.

Anno dopo anno, poi, le tradizioni hanno indossato abiti più moderni, abbiamo visitato nuovi luoghi, la famiglia si è allargata e ristretta come una fisarmonica, qualcuno se n’è andato e qualcun altro ha fatto sentire la propria vocina, e io ho cambiato scarpe. Oggi non inciampo (quasi) più: non posso dire che il pericolo e l’avventura estrema siano il mio mestiere, ma salgo e scendo le scale con una certa competenza, mi inerpico quando è il caso e socializzo con la flora locale, quantomeno mantengo rapporti cordiali con una buona percentuale dei suoi rappresentanti.

Le mode e l’estate arrivano, si schiudono, passano e mutano, lasciando emozioni, ricordi ed esperienze, tacchi rotti, zeppe lilla e perfino scarponcini da trekking. Forse ora le scarpe di tela fanno rabbrividire, non so, ma mi piace pensare che in questo momento, da qualche parte nel mondo o nell’iperspazio, un paio di Espadrillas stiano salvando una fanciulla da un capitombolo o da una pianta un po’ troppo espansiva.

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