Pettine

Un ornamento vezzoso o un accessorio su cui non si può fare il minimo affidamento?

 Pettine

Venghino, signore e signori! Venghino ad ammirare gli strabilianti e i mostruosi portenti della natura, riuniti qui, per il vostro piacere, sotto il tendone di Monsieur Renard, al vostro servizio!

Ecco a voi Orso, il possente Italiano: osservate la forza dei suoi muscoli, guardate con che facilità piega questa spranga di acciaio – provi lei, signore: non è un trucco, lo vede? Acciaio tedesco, al cento per cento. Contemplate, a debita distanza – no, madame, non morde, ma non si sa mai… –, Bhanu, l’uomo lupo dell’Himalaya, e la donna gallina, Larry-Testa-a-Punta, Fritz il nano: fenomeni da baraccone di ogni Paese e di ogni razza, giunti dalle profondità più selvagge della giungla o dai fetidi vicoli delle metropoli, risorti dal fango primordiale o dalle spettrali stanze di manicomi abbandonati, e riportati, dopo mille peripezie e per miracolo, alla civiltà, per regalarvi un’ora di svago, solo per pochi giorni e pochissime monete.

Ma siamo ormai giunti al numero di maggior prestigio, ai volteggi dell’elefantiaca regina del Cirque du Freak, al pirotecnico lancio della sola, unica, inimitabile Miss Zazel, la…

 

Donna cannone. Come se lo strumento della sua esibizione la qualificasse come persona. O forse era proprio lei ad aver dato il nome al numero e a quel congegno, lei, un vascello con i boccaporti ostruiti dall’adipe. Ironico: si era sempre sentita morbida, soffice, una brulla collina di carne in cui le mani di un uomo sarebbero potute affondare, lasciando un’impronta come quella di una guancia su un cuscino, per poi riemergere, piene di calore e formicolanti.

Più che un cannone, un cannolo alla crema, magari anche un babà, ma vaglielo a far capire.

Le dita umide (capitava sempre così, prima dello spettacolo) di Luisa – o Luisona, Scrofa, Cosce di burro, poi finalmente Miss Zazel, una nuova identità e un tetto colorato e baciato dal vento sulla testa – disegnarono i contorni del suo corpo da Dea Madre, e lo strusciarsi dell’epidermide contro il tessuto svergognato partorì una scintilla, una scossa azzurrina che si perse tra le bocche affamate di giubilo del pubblico e il suo ardore vulcanico e partenopeo.

Nell’usuale gesto scaramantico, l’artista controllò che il pettinino fosse ben fissato sulla pettinatura: una goccia di argento e turchesi tra le chiome nere, pesanti come tendoni e lucide di sudore e brillantina, un piccolo tesoro donato da un ammiratore. D’accordo, non proprio un suo ammiratore, ma Rose, la trapezista, riceveva così tanti regali, e lei nemmeno uno… Tra mazzi di rose dai mille colori, scatole di cioccolatini viennesi, diademi e biglietti all’acqua di Colonia, il “prestito” era passato inosservato, e da allora l’ornamento non si perdeva mai un suo numero.

Le ossa delle caviglie – scheletro da uccellino intrappolato in uno scrigno vivente di grasso – minacciarono, inascoltate come da copione, di dare forfait come dive capricciose, e gracchiarono un poco, da zie nubili, nel sostenere l’impalcatura giunonica nella sua discesa: due o tre gradini, e poi giù nella bocca del lupo, mandando al diavolo le raccomandazioni della mamma della fiaba… O forse era la nonna? Zazel leggeva a stento e ricordava ancor meno: le informazioni venivano ingurgitate di fretta, digerite e infine espulse, com’è nella natura delle cose.

Lui, il cannone, sbavava polvere e limatura di ferro, le lambiva i talloni, le guardava sotto la gonna con la confidenza – e forse la noia – di un vecchio marito.

Al contrario, Luisa, ogni singola volta, era percorsa e percossa da una sferzata di eccitazione, che dai mignoli si arrampicava felina lungo gli stinchi, si depositava in parte nella buccia d’arancia e sfogava il resto della sua verve in quella fenditura che si apriva troppo raramente e con poco sentimento: il cannone l’avrebbe tradita? Oppure avrebbero raggiunto l’apice insieme, in una prestazione a cielo aperto, nel fiato sospeso, il sollievo e la risata liberatoria corale?

Eccitazione per la partenza, per il volo e soprattutto per l’arrivo. Perché alla fine dell’arcobaleno, al termine del moto di ascensione e precipizio, nel silenzio tra un battito di mani e l’altro, ci sarebbe stato lui, il suo principe, con un cofanetto di velluto blu nel taschino e un fiore all’occhiello. Lui, non l’uomo che aveva mandato il pettine alla stella del circo, non il Marchese du Lacombe, sempre in prima fila e per il quale tutte spasimavano, né Orso, così forte e triste, né tantomeno Marcel il pagliaccio, con cui aveva trascorso qualche notte, per dimenticare, insieme, il freddo e la malinconia: lui era il desiderio infantile, l’uomo ideale dai tratti indefiniti, la promessa di un anello, una casa in campagna, tre bambini e un cane, o forse due… la promessa di un amore. Ma lui, finora, aveva visitato soltanto i suoi sogni. Tuttavia Miss Zazel continuava ad agghindarsi per il loro primo appuntamento e ad avere fiducia: si sa, la strada dal mondo onirico al mondo di qua è lunga e disseminata di prove, combattimenti a cavallo, lunghi sonni, streghe e filtri capaci di farti smarrire la via e il senno.

Che un giorno, molto presto, tutto sarebbe cambiato era una cieca convinzione, e questo le bastava: del resto, non era tagliata per le elucubrazioni. Si godette gli ultimi spasmi dell’attesa e ingollò gli interrogativi e le questioni esistenziali, senza nemmeno sentirne il sapore.

Il silenzio calava di pari passo con la discesa della donna cannone, accompagnandola uno scalino dopo l’altro, offrendole un braccio intangibile da valletto in deliquio.

Il sipario delle labbra le si aprì su due file di soldati in uniforme candida, fulgidi di trionfo e di zucchero. Quanta incoerenza in Miss Zazel: detestava quelle due parole maledette, appiccicate l’una all’altra e su di lei come un’etichetta, e di notte si strafogava di braciole e bignè al pensiero degli sguardi incantati, disgustati e strafottenti, eppure non avrebbe mai potuto fare a meno di quel lavoro. Il circo l’aveva incatenata a un ruolo e allo stesso tempo liberata, osannandola, esponendola alla luce delle lampade a olio e al pubblico ludibrio, alle umiliazioni, alla pietà non richiesta.

Durante quella fetta (la più succulenta) di spettacolo, non era poi diversa da Philippe il funambolo (a parte i sessantadue chili e mezzo in più): entrambi – l’uno alla lettera, l’altra metaforicamente – sulla corda, sul filo del rasoio, insetti prescelti sul filo di fumo di una tela di ragno.

Rari. Bizzarri. Abnormi. Speciali.

Ecco, quel pensiero le coccolava le meningi e le riempiva le orecchie di ovatta: era speciale, sì, era la domatrice e l’incantatrice dell’artiglieria e della folla, non a caso il suo principe aveva scelto proprio lei tra milioni di fianchi, guance d’albicocca e arti d’alabastro.

Con i piedi sul labbro inferiore del cannone e le braccia protese a toccare quello superiore, stette in quella posa per non più di un minuto – posa che la faceva somigliare a un Uomo Vitruviano rigonfio… O a un Cristo in croce.

Poi fece la chioccia, mostrando il didietro all’oscurità metallica, zittì la protesta dei suoi arti, che nel frattempo era dilagata verso i polpacci e i femori, si inginocchiò e, nel tempo di un Rosario, distese le gambe, pronta a calarsi. Con un lamento da agnello – o una pernacchia fuori luogo – le sue forme si infilarono nel cilindro, simili al sughero che schiocca e si dibatte giù per il collo di una bottiglia.

Ancora una volta, Luisa aveva sverginato il cannone, in un gioco proibito di scambio di ruoli.

La voracità di lui la richiamò verso il basso, e la donna, in un frullio di polpastrelli in segno di saluto, sparì alla vista degli astanti.

Il fiammifero, intanto, perse la testa e si infiammò nelle mani di Monsieur Renard: «Sei pronta, ma chèrie

«Lo sono sempre, mon ami».

Seguì l’ennesima unione illecita, questa volta tra il fuoco e la miccia, e il frutto della breve copula fu esplosivo. Il consumarsi del tratto di corda rievocava il rumore del caffè che risale nella Napoletana, ma la reminiscenza fu brevissima: Zazel non fece in tempo a sentire sulla lingua l’aroma e l’amaro della memoria giovanile – niente zucchero per te, Porcella! –, che si ritrovò in balia della polvere da sparo e della pressione.

Ogni volo era una replica del Capodanno, e lei era il tappo, spiattellato nel mondo da uno spumante privo di senso materno.

La spinta le assestò una sculacciata, le pieghe di ciccia si raccolsero intorno alla cassa toracica come le spirali di una molla, e Zazel balzò fuori in un viaggio parabolico: era un piccione colossale con una missiva urgente, forse un messaggio d’amore, la telegrafica notizia di una sciagura, oppure chissà.

Superò la rete – non era così che doveva andare… Bocca da fuoco gelosa e spergiura! – e, attraverso le iridi spalancate della platea, divenne spettatrice di se stessa. Se qualcuno le avesse mai raccontato il mito o una sua versione edulcorata, forse si sarebbe paragonata a Icaro… O forse no. Luisa ripensò solo ai cavoli marci che i suoi coetanei, da bambini, le lanciavano addosso, e si accorse che le identità erano state di nuovo mescolate: ora era lei l’ortaggio.

La rena della pista si avvicinava al galoppo, impastata di piscio di elefante e peli di scimmia.

Il pettinino schizzò via come a volersi mettere in salvo, come un’orda di topi che abbandoni la nave al proprio destino: forse qualcuno lo raccolse, il lucente souvenir di una tragedia, gli fece posto sulla mensola del caminetto e lo mostrò agli amici negli anni a venire, infarcendo l’episodio di dettagli macabri e assurdità.

L’impatto riverberò nei tiranti e nelle tele, nei petti e nelle orecchie, il tendone trasecolò; agli antipodi, forse, un’onda più alta delle altre espugnò il castello di sabbia di due bambini, un albero rovinò al suolo e una farfalla sbatté le ali.

Il sangue sapeva di ferro e anche un po’ di pipì, il naso era un festival di muco e odori del circo.

Luisa era arrivata alla fine dell’arcobaleno, con i capelli sciolti, il trucco colante e l’abito in disordine: per fortuna il suo principe era in ritardo anche stavolta.

Annunci