Borsa in pelle

Per qualcuno è semplicemente un accessorio, per altri è una passione, per altri ancora è una necessità, un bisogno di vitale importanza… come il cibo…

Borsa in pelle_Mani

Dicono che siamo malati. Lo dicono di me, della mia migliore amica, di tutta questa gente che mi cammina accanto e che mi lancia sguardi vuoti.

Dicono che siamo cambiati, che abbiamo sviluppato delle fissazioni, in particolare per una certa cosa e, forse, non hanno tutti i torti. Come Gianmaria, il mio collega fruttariano: il giorno prima era tutto un cordoglio per quel sedano gettato nel brodo bollente insieme alle patate e alle carote, e il giorno dopo zac!, panato, fritto, l’ho beccato che faceva cena con il capufficio; io l’ho guardato come per dirgli: «Hai tradito la tua causa?», e lui ha alzato le spalle, così tanto che le clavicole hanno fatto crac, e ha tamburellato un dito sui canini, della serie: «E questi allora a cosa servono?».

Oppure quell’altra, la mia dirimpettaia, una tutta casa e senso civico: quarantena o mascherina sulla faccia al minimo raffreddore («Mica voglio attaccare l’influenza al prossimo!»), Amuchina gel, raccolta differenziata a manetta e un braccio sempre disponibile per i vecchietti che attraversano la strada. Da quando è malata, stento a riconoscerla, e non solo perché le manca un orecchio e lo zigomo sinistro è sceso di qualche centimetro: pensa soltanto a una cosa, ha una vita sociale molto attiva (nonostante sia contagiosa) e, appena un pensionato le passa davanti, se lo pappa in un boccone.

Anche la mia best Sharon pensa solo a quella cosa, ma almeno è rimasta coerente: ha sempre avuto un debole per i cervelloni, e il morbo mica glieli ha tolti dalla testa… Semmai, le ha tolto gli ultimi (pochi) freni inibitori. Vederla in azione è piuttosto… istruttivo, ma non più di tanto sconcertante, insomma.

Quanto alla sottoscritta, ammetto di avere anch’io le mie ossessioni, ma i chiodi fissi sono rimasti ben piantati nel muro, e nemmeno una crepa – non sono fan della teoria del chiodo scaccia chiodo. Le borse. Le borse in pelle. Nuove, odorose di buono, possibilmente firmate. Ne ho di tutti i tipi: bauletti, tracolle, da cerimonia, da sera, di tinte e sfumature che gli uomini stentano a distinguere – si sa che i maschi riconoscono solo i colori primari, e non parliamo di quelli colpiti dal “flagello”… ho la sensazione che vedano in bianco e nero, come i Labrador o i lettori accaniti di fumetti.

Ne ho pieni gli armadi, i cassetti del comò, le ante del soggiorno, ne ho perfino un paio in frigo, per non farle afflosciare. Non so quanti stipendi abbia investito – investimento, non sperpero – in questi piccoli fagottini di gioia e autostima.

Certo, da qualche settimana a questa parte, la questione si è un po’ complicata: viste le mie condizioni, temo di sporcarle, non posso entrare nei negozi – neanche fossi il Labrador sopracitato – e, se inspiro con troppo entusiasmo, così da irradiare l’aroma di cuoio e tintura su per il setto nasale e via per tutto il corpo (che goduria!), rischio di lasciarci il naso.

Mi piacciono le borse, cavolo se mi piacciono. Anzi, piacere non è abbastanza, io ne ho bisogno, come l’ossigeno, come l’amore, i sogni, la carne. E non c’è sorveglianza o zona di contenimento che tenga: devo sbavare davanti alle vetrine, riempirmi gli occhi di Vuitton e Borbonese, respirare Prada e toccare Moschino, scegliere una nuova compagna a cui affidare le chiavi di casa, la trousse da viaggio e le mentine, sentirmi scelta a mia volta (sono loro, le borse, a chiamarmi), spendere un patrimonio – mi costerebbe di meno, in tutti i sensi, lasciare un rene sul bancone – e sentirmi appagata, invasa da uno stiloso senso di benessere.

Eccola, è lei! Bianca, con una catenella luccicante e due C incrociate a formare un emblema che per me equivale al simbolo dell’infinito… Infinito come il mio desiderio. Mi guarda e mi saluta da una mensola immacolata, con quell’unico faretto che dall’alto la riveste di luce e santità, poi ammicca verso l’etichetta del prezzo, assurdamente abbordabile.

«Mi avevi già convinta al “Ciao”» sussurro alla Chanel, come se fossimo in una commediola romantica, e spingo la porta, incurante delle due dita che restano indietro, appiccicate alla maniglia, e che piano piano colano giù, come un bruco umido e inesperto.

«È l’Apocalisse!» grida la commessa vedendomi.

«È in saldo!» strillo io di rimando, ma, vuoi per il delirio da shopping, vuoi per la decomposizione, mi viene fuori una specie di ringhio seguito da un gorgoglio.

«Non ti avvicinare, maledetto zombie!» intima l’altra. Mi fermo, ma lei si avvicina eccome, e impugna pure una mazza da baseball.

Guardo prima la borsa – certo che su quel bianco le macchie di sangue e di fluidi corporei si noterebbero subito – poi la ragazza. Sniff sniffsproot (ops! Il solito, imbarazzante, pezzo di materia grigia che mi cade dalla narice)… sniff! Sì, è questo il profumo che mi dà alla testa: pelle conciata, interno di seta, particolari in metallo lucidato… E qualcos’altro, che si fa strada prepotente e copre il resto. Qualcosa come di… pollo. Anzi, no, hamburger. Braciola. Salsiccia. Carne, carne umana! Ora capisco Gianmaria e il suo interesse per l’intestino burroso del nostro capo, capisco le scelte alimentari della mia vicina (gallina vecchia fa buon brodo, è risaputo) e capisco che Sharon ha sempre avuto ragione: le meningi sono una squisitezza.

Di borsette ne ho già tante – tra l’altro, questa Chanel è di due stagioni fa – ma uno spuntino al volo non si rifiuta mai.

Borsa in pelle_Lapide

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