Calzari alati

Un paio di sandali… semplicemente mitici!

 Calzari alati

«Tanti auguri, Ermes!».

Il giovane dio, nel giorno del suo 4180° compleanno, fu vittima di una festa a sorpresa.

Papà Zeus, Apollo, Dioniso – già ubriaco fradicio –, Atena, qualche altro parente più o meno legittimo, quella bomba sexy di Afrodite (erano fratello e sorella, d’accordo, ma solo da parte di padre, e poi queste cose, nelle soap opera, erano all’ordine del giorno… Altro che incesti, in Beautiful c’era gente che resuscitava almeno un paio di volte, per Giove!) e perfino la matrigna Era, impegnata a soffocare sul nascere qualsiasi tentativo del marito di piluccare i pasticcini (i suoi trigliceridi, per colpa della profusione di carne rossa sacrificata sugli altari, aveva raggiunto picchi più alti dell’Olimpo) o le provocanti coppiere: eccoli tutti lì, a intonare epinici e a battere le mani. All’appello mancava solo Maia, madre biologica di Ermes, e non che ci fosse da stupirsi: da quando era diventata una stella (pleiade), frequentava i piani alti.

Il dio squadrò il parentame e il pacco regalo, avvolto in una carta variopinta e luccicante – opera di Iris, senza dubbio.

Doveva esserci sotto qualcosa.

La curiosità, tuttavia, ebbe la meglio sulla diffidenza, e le mani immortali si ritrovarono invischiate nei nastri e nello scotch, più rapide del pensiero.

«Un paio di calzari… alati?» disse, con tono un po’ deluso. Calzari, talari, chiamateli come volete: insomma, dei sandali dorati, con due alucce coordinate ad avvolgere le caviglie. Ermes avrebbe preferito quelle scarpe sportive – con uno ghirigoro sul fianco così simile alle ali di Nike, gran gnocca – tanto in voga in una certa terra ancora sconosciuta agli abitanti del Mediterraneo… Ma era troppo educato e troppo grande per fare i capricci. E doveva smetterla con i viaggi nel tempo.

«Esatto! Ragazzo mio, tu hai sempre tanto da fare… Proteggere i confini e i commerci, i pesi e le misure, i viaggiatori e i pastori, i letterati, gli atleti, i ladri…» iniziò il Tonante, «Con questi farai ogni cosa in lampo, e vedrai quanto tempo libero!».

«Oh, non ci avevo pensato. Grazie babbo!».

Già si sarebbe dovuto insospettire per il ruolo di Capo Pony Express – contratto a tempo indeterminato, mica uno stage non retribuito! – ottenuto pochi giorni prima per intercessione (divina) paterna; ora quel dono, insieme alle facce esageratamente gioviali dei consanguinei (avete presente il ghigno fisso delle statue greche di età arcaica?), costituiva il segnale di inizio di un meccanismo perverso, misterioso e incontrollabile. E con quel “grazie” Ermes firmò la propria condanna.

«Ermes, Dioniso ha bisogno di un passaggio, ci ha dato dentro con le Menadi e non può guidare il cocchio in stato di ebbrezza!».

E lui swoosh!, veloce come il vento di Eolo, a recuperare il fratello avvinazzato.

«Ermes, va’ a dire a Calipso di lasciar ripartire Odisseo!».

«Un’impresa titanica! Lui e i suoi compagni hanno riservato il bungalow sulla spiaggia di Ogigia per i prossimi tre anni! E adesso chi la sente, quella lì?» provò a ribattere in un’altra occasione.

«Su su, che sei bravo! Oltre che un fulmine, sei anche un mediatore eccezionale!» lo blandì il Cronide.

Ermes si prese il cazziatone di Calipso senza fiatare, e ci rimise pure del suo (“Il signor Nessuno mi paga l’affitto una volta alla settimana, ma io intanto ho perso un sacco di clienti e la stagione turistica è in fase calante… Adesso mi risarcisci tu!”).

«Figliuolo, il tuo fratellastro Perseo ha un problema con Medusa, va’ a dargli un aiutino lesto lesto, dài!».

E giù in picchiata alla volta dell’antro della Gorgone, lasciando a metà la partitona alla Play Station (della serie: “una volta che vedi il futuro, non puoi tornare indietro”) con Efesto.

«Ermesuccio, Prometeo sta di nuovo disturbando i vicini con i suoi lamenti: perché non provi a farlo ragionare? Sono sicuro che ci metterai un attimo».

«Caro, la tua matrigna ha finito la crema idratante: già che hai i sandali, passa a comprarne un vasetto giù a Cipro… E prendi anche un po’ di pane! Ti ci vorranno sì e no cinque minuti, no?»

«Psicompompo di papà, Odisseo ha sterminato i Proci: fa’ un svolazzo a Itaca, caricali e portali nell’Ade, ti teniamo in caldo la cena».

«Ancora Odisseo? Sto riparando la lira, Apollo l’ha rotta di nuovo… Perché non mandi Atena al posto mio?» domandò il nume, al culmine dell’esasperazione.

«Perché tu sei velocissimo. E lascia stare tua sorella, che sta preparando un esame all’Università!».

Con la scusa di “volercela fare con le proprie forze”, Pallade, studentessa fuoricorso da mille anni abbondanti, si era guadagnata un posto speciale nella testa di Zeus, oltre a vitto e alloggio gratuiti, vizi e coccole a volontà.

Ermes mandò tutti al Tartaro – ma sottovoce – e schizzò via.

Il paesaggio scorreva via alla svelta, ma non abbastanza da impedirgli la vista di una Ninfa in procinto di bagnarsi a una fonte dell’Arcadia. Al Tartaro pure gli impegni.

Ermes atterrò proprio di fronte alla formosa beltà, la incantò con il suo eloquio e il sorriso celestiale, allentò la tunica e si slacciò i calzari: era rapido, sì, ma per certe cose era necessario un po’ di tempo.

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