Cappello da strega

Lo so, lo so, Halloween è già passato e oggi ricomincia la settimana…

Ma a volte certi racconti arrivano a cavallo di una scopa, e il viaggio richiede un po’ di tempo!

 Cappello da strega

Feriale, festivo, che differenza faceva? Per quelle del suo ufficio non c’era alcuna distinzione: si lavorava dal lunedì alla domenica, d’inverno e d’estate, a Natale e a Ferragosto, di giorno e di notte, ben oltre le quaranta ore settimanali; niente mutua – avevano la pellaccia dura, loro! Ma la cosa stava iniziando a diventare frustrante, e un raffreddore, o un virus gastrointestinale, acquisiva uno strano fascino –, rarissime ferie, contributi inesistenti, massima (e obbligatoria) disponibilità e quel maledetto piano settimanale.

Già, perché la loro responsabile, in virtù dell’età e di contratto più vecchio e più vantaggioso, spadroneggiava alla grande e le teneva sulla corda fino all’ultimo, così, d’amblée, poteva capitarti di essere catapultata su un’isola del Pacifico per un turno di sei ore, in concomitanza con un’eruzione vulcanica, e da lì prendere il primo battello per una lunga e logorante traversata (più la quarantena una volta giunti a destinazione). E poi c’erano gli straordinari – il signor x non era previsto nel piano, ma ci sta dando dentro con le patatine fritte: ci pensi tu? Le Parche non trovano il bandolo della matassa: posso inserirti in affiancamento? –, le trasferte – da quando avevano assorbito la filiale di Mercurio, la mole di lavoro era raddoppiata, maledetta crisi! –, gli eventi spettacolari.

Insomma, vivevano – se così si può dire – sul filo della falce.

“È uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare” continuava a ripetersi Piccola M. citando il Liga – o forse era Dickens? Certo che si sarebbe fermata volentieri al Bar Mario per bere un Lambrusco con lui – con il Liga, non con Dickens. Uno sporco lavoro, nonché l’unico che le fosse capitato per le manine, vuoi per una spintarella da parte della famiglia, vuoi per vocazione.

Non avrebbe disdegnato un pizzico di autonomia in più, ma a volte aveva anche le sue belle soddisfazioni, questo non poteva negarlo.

Si trattava di una mansione meccanica, a ben vedere, con operazioni cadenzate e descritte con mille minuzie da tutti quei protocolli che la capoarea si divertiva a redigere; un incarico di responsabilità, temuto e rispettato, che le consentiva di viaggiare e di conoscere nuove culture, anche se in modo un po’ troppo superficiale – quando arrivava lei o una delle sue colleghe, era sempre l’ora estrema; un’ attività niente male per scaricare la tensione, distendere i nervi e tonificare i muscoli (altro che arti marziali!). Nelle grandi occasioni, poi, si lavorava in team: due, tre ragazze, divisione dei compiti, fase uno, fase due, fase tre e un cocktail al volo prima di dare un’occhiata alle altre portate sul menu della giornata (leggasi: dannato piano settimanale).

Certo, bisognava essere grintose, niente faccende personali, né compassione e piagnistei: il lavoro era lavoro e non ci si doveva lasciar coinvolgere. Piccola M. non aveva alcun problema al riguardo: agile, scattante, sempre in pista, fredda e calcolatrice nella giusta percentuale.

Un lavoretto facile facile per la notte di Halloween: te ne occupi tu?

Lo smartphone di ultimissima generazione vibrò.

Ok. Dove e a che ora?

Le dita affusolate si mossero rapide sul tastierino, e altrettanto rapida giunse la risposta della coordinatrice con tutti i dettagli del caso – più un paio di errori di battitura, ma quella aveva la testa chissà dove, e lo staff ci aveva fatto l’abitudine.

A Piccola M. non dispiaceva lavorare nella notte del 31 ottobre: per quell’unico giorno all’anno poteva camminare tra la folla, senza tuta mimetica o mantelli invisibili, salutando a destra e a manca, strizzando l’occhio, ammiccando ai fustacchioni vestiti da mummie e gorilla.

Per pura civetteria, indossò sul capino un cappello da strega – di quelli classici, a tesa larga, con paio di giri di tulle e una bella rosa appuntata di lato, che facevano tanto Dama in Nero –, taccheggiò un cestino a forma di zucca e si unì a un gruppo di bambini – minuta com’era, si sarebbe confusa alla perfezione in mezzo a quei poppanti conciati da Spiderman e Peppa Pig.

«Dolcetto o scherzetto?» miagolò Piccola M., quando la porta – posizione raggiunta – si spalancò.

«Oh, ma chi abbiamo qui? Un supereroe, un porcellino, un drago e… tu sei proprio spaventosa, piccina!» disse l’umano – obiettivo identificato –, le mani intrecciate davanti al viso, gongolante, «Volete un dolcetto, eh?».

«Se vogliamo chiamarlo così…» Piccola M. fischiò alla volta dei suoi compagni, invitandoli a chiedere bon-bon e cioccolatini alla casa vicina – elementi di disturbo neutralizzati –, poi, con un solo, preciso, movimento, quasi da impiegata di livello 5, portò a termine la faccenda.

Missione compiuta.

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