Manichino

“I want a perfect body” cantano i Radiohead: sognare un corpo perfetto… Ma quali sono le “giuste proporzioni”?

Manichino

Tutto incominciò con un compleanno, il suo, e un regalo, per lei, da parte di se stessa.

“Per i miei xx anni voglio un paio di tette nuove” pensò Eva, e quelle parole, pronunciate solo nella testa, avevano il tono di un apprezzamento grezzo, di quelli urlati da un’auto in corsa, “Un bel paio di tette, sì, una quarta, o magari una quinta… Cosa va quest’anno?” continuò a ponderare, mentre le mani – quelle incorporee, unicamente mentali – assumevano la forma di due grosse coppe, balzellavano sotto un peso carnoso immaginario e si chiudevano a becco di papera a voler strizzare un capezzolo fantasma.

I dettami di quella stagione erano chiari al riguardo: andava una quinta, una quinta C, a voler cercare il pelo nell’uovo (o l’imbottitura nel wonderbra). Lei agì di conseguenza, e coppa 5C fu.

Il resto venne da sé, dapprima con il pretesto di un’altra ricorrenza, poi accampando le scuse più stiracchiate e infine senza nemmeno azzardare una giustificazione: glutei che si abbinassero al davanzale ristrutturato di fresco, pancia e fianchi per metterli in comunicazione attraverso linee sinuose e avvallamenti da dare le vertigini; polpacci tonici, braccia tornite da dea dell’Olimpo; dita dei piedi in alta uniforme, denti allineati come agnellini bianchi sotto la guida dei raggi UV e degli strumenti chirurgici; naso alla francese a colpi di scalpello, mento come una vetta dell’Himalaya vista a testa in giù, zigomi gotici – intendo dire proprio svettanti, sempre in gara con i grattacieli e le guglie del Duomo.

Le tendenze del momento duravano giustappunto quell’unico momento e scorrevano via, scalzandosi, superandosi, sostituendosi, in perenne contraddizione l’una con l’altra; generazioni di trend setter spuntavano come funghi e subito venivano fatte a fette nel risotto delle meteore, delle hit estive, dei fuochi di paglia, delle mise da dimenticare; da un giorno all’altro, da un canale all’altro, arrivavano messaggi contraddittori e ugualmente autorevoli e allettanti. Così Eva si ritrovò a sfoggiare allo stesso tempo uno stivale overknee e uno scarponcino, una guancia arrostita dalla lampada e un’altra sbiancata a furia di lozioni al latte d’asina e strati di belletto settecentesco, un sopracciglio folto, proteso verso l’attaccatura dei capelli, e uno appena accennato, ricalcato con una matita color ocra.

Stare al passo non era facile, ma lei sapeva scattare sui tacchi e barcamenarsi nel mare del gossip, senza affogare tra le pagine al sapor di petrolio – ma così luccicanti e addictive – delle riviste. O quantomeno ci provava.

Nel giro di sei mesi passò da un paio di occhi nocciola dal taglio orientale a uno sguardo ametista da fumetto, e dai classici occhioni blu, con corredo di ciglia sventaglianti, a due bulbi tondi tondi e nero-argentati (potere dell’eye tattoo e della colorazione corneale), con un tale tira e molla, ritira, rimolla, avvita e svita di palpebre, angoli esterni e bordi ciliari, che c’era da stupirsi che non si fosse ancora verificato uno strappo.

Gli uomini andavano e venivano: certo, una donna così, dal collo di cigno, le gambe chilometriche e i lineamenti venusiani, non passava inosservata, ma lo stesso poteva dirsi delle sua freddezza sotto le lenzuola. E non stiamo parlando di quel “frigidume” o del pretesto dell’emicrania, ma di un gelo perenne, una sorta di pack che dagli alluci armoniosi risaliva su fino alle impronte digitali e alla fronte: muscoli induriti da un allenamento sovrumano, ossa fuse con l’acciaio, pelle di porcellana grazie ai trattamenti più all’avanguardia.

«Che fai, non mangi?» le domandò una volta Adam, il vip americano di turno, gustando uno stinco di maiale alle mele.

Eva mugugnò qualcosa – due o tre sillabe fuoriuscirono dalle labbra, troppo gonfie e sferoidali per essere definite a canotto, semmai a bracciolo o a salvagente – e continuò a succhiare un cubetto di frutta. No, non era a dieta – nell’inverno dei suoi xx anni si scoprì che i carboidrati s’intonavano alla perfezione con i leggings: semplicemente, non riusciva ad aprire la bocca più di così.

Ma quello era solo un piccolo prezzo da sacrificare sull’altare della moda, e lei perseverò nel tentativo di mantenersi in linea con i tempi, a galla al centro del flusso: cosce scolpite e buchi rattoppati; applicazioni sottocutanee di acidi, elementi della tavola periodica e borchie di ferro (per un tocco più underground), taglia e incolla di epidermide e bulbi piliferi; tinture e decolorazioni, ponteggi da imbastire e cantieri di costole e sedimenti adiposi da smantellare.

Ancora e ancora, fino a perdere la coscienza e il ricordo della materia prima, ma con un surplus di silicone, gel e titanio. Fino a non sentire, fino a non sentirsi e a non farsi più sentire.

 

«Ho trovato un altro di quei manichini: che dici, lo metto in vetrina?» il commesso rientrò nella boutique trascinandosi dietro un fantoccio tutto plastica e sezione aurea.

«Perché? È roba superata: ora è la moda ad adattarsi al corpo, e non viceversa» la collega diede gli ultimi ritocchi all’allestimento, indietreggiò di qualche passo, per meglio ammirare il risultato, e accantonò la questione con un’alzata di spalle e un sorriso distratto: «Portalo in magazzino insieme agli altri».

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