Scarpe da ginnastica

Zaino in spalla e scarpe ben allacciate:
il viaggio è appena iniziato!

 Scarpe da ginnastica

Un clima di rivoluzione serpeggiava già da un po’ (e canticchiavi Tracy Chapman, di’ la verità). Ebbene, adesso la tua rivoluzione c’è stata – pacifica, per carità, e sancita con un tono sobrio, ammaestrato da ore di prove, tête-à-tête tra Es, Io e Super-ego e confessioni allo specchio del bagno, il tutto ben innaffiato da qualche lacrima sul latte (non ancora) versato… e sugli avanzi del Cenone. Ma c’è stata, oh sì. Hai messo la parola fine a quel film troppo lungo, privo di trama e di sviluppi come un cinepattone: ancora una volta, con sentimento, ti sei seduta alla scrivania, hai risolto le faccende in sospeso – non sia mai che le pendenze, quando verrà la tua ora, ti ancorino qui sulla terra e ti costringano a scansionare, fotocopiare, sorridere, graziepregomasifiguriarrivederci per l’eternità, povero spettro a progetto! – e poi hai detto basta, io lascio.

Lasci, sì, ma mica raddoppi. Cuore leggero e culo per terra: o la capra o i cavoli, mia cara.

Hai ascoltato l’Universo e il Microcosmo, hai colto i segnali e ti sei preparata per il colpo di testa, poi hai afferrato le redini e spiccato il salto, lasciando il pelo dell’acqua (ma quanta tensione superficiale!) per quella che per ora ha tutta l’aria di essere fanghiglia sul fondo dello stagno.

E spera che il tuo udito e la tua vista abbiano funzionato a dovere, che il tiro vada a segno – non dico un goal, ma che almeno sia un buon gioco –, che ti dimostri una cavallerizza con un minimo di polso e che l’atterraggio sia morbido.

Ma, al di sopra di ogni cosa, smettila di sabotarti come hai appena fatto, di essere la tua personale signorina Rottermeier, di vedere il bicchiere mezzo vuoto (o rotto, nelle giornate peggiori) e di accanirti in una snervante partita a scacchi contro l’altra parte di te: non è una tinta a dover dare scacco all’altra, ma nello stomaco e nelle arterie hai tante sfumature che si infrangono le une sulle altre e si armonizzano a generare un colore speciale, che non è un pantone e non si può definire con una sigla.

Va bene il lato positivo, ma non esageriamo, niente roba da fricchettoni e basta con la cromoterapia.

Chiaro, no? Ormai la rivolta è compiuta, hai ghigliottinato il passato e bada che non si sfoci nel Terrore, abbiamo già avuto troppi Robespierre e Napoleoni.

Entri nell’ufficio con la testa piena di conflitti e la valigetta ingombra di fogli – moduli, attestati, qualche spezzone di trama scritto di fretta sul pullman. Al desk non c’è nessuno, ma tu segui la luce (del neon) e i cartelli direzionali di un’autostrada di sportelli, incontri di orientamento e progetti europei.

Bussi con circospezione e quando la porta si apre, dopo un sonoro “Avanti!”, tu arretri e ti domandi se ti trovi nel posto giusto; il tutor si alza dalla poltrona, colma le distanze, ti assesta una pacca rassicurante e ti esorta a metterti comoda: piumino sull’appendiabiti, ventiquattrore in un angolo e si può incominciare.

«Siediti sulle mie ginocchia» esclama senza sottintesi, accompagnando le parole con un tap tap della manona sulle proprie gambe.

Ma tu i sottintesi li vedi eccome: sarà che non hai più sette anni o, più probabilmente, che quello stanzino non è né la hall di un centro commerciale, né il set di una commedia per famiglie. I tuoi occhi passano in rassegna l’albero decorato – i rami ondeggiano appena e le palline di vetro fanno quel rumore peculiare, che sa di campanelli attaccati alle briglie delle renne e di casa riscaldata –, le composizioni di vischio e stecche di cannella, i piccoli pupazzi di neve che ti osservano con uno sguardo di pietruzze dai nasi di carota. Scuoti la testa.

«Nessuno scherzo, questa è una faccenda seria» ti risponde lui, anche se non gli hai rivolto alcuna domanda, «Vieni a sederti, dài!».

Forse è il profumo del pan di zenzero, o magari il sorriso glassato degli omini di biscotto, oppure le iridi nocciola dietro agli occhiali del tuo interlocutore, a darti la spinta, fatto sta che lo fai: ti siedi. Sei in imbarazzo, ma non più di tanto.

«Sei stata buona quest’anno?» ti chiede per rompere il ghiaccio.

Tu scoppi a ridere per l’assurdità della situazione e un’infinità di altri motivi: «Mah… Ho provato a impegnarmi con la raccolta differenziata, ma nella mia via non ci sono i bidoni dell’organica; qualche volta, sul pullman, ho ceduto il posto a un vecchietto, ma mica sempre, certi giorni sono distratta, guardo fuori o mi appisolo con la testa appoggiata al finestrino e mi sveglio giusto alla mia fermata, con i capelli appiccicati di condensa e chissà cos’altro, e poi…».

«Ho capito, ho capito, niente carbone!» sorride anche lui, sempre cordiale, ma un po’ provato dalla tua logorrea, «Passiamo al dunque: cosa desideri?».

Azz… Domanda a bruciapelo, eh? Non eri preparata, eppure hai trascorso giornate intere a passare in rassegna e ordinare titoli di studio, esperienze e corsi facoltativi, cercando di non dimenticare nulla e allo stesso tempo di essere sintetica, coerente e accattivante. Hai studiato, investito tempo e denaro (dei tuoi) per formarti e migliorare, sudato per impieghi non pagati, mangiato panini al volo e piatti freddi, e non ti sei mai posta L’Interrogativo: tu, cosa desideri?

Così, in questa giornata di gennaio, nei vapori del vino speziato e nei fiocchi di neve che ti arrossano le dita, tu snoccioli sogni e ricordi come grani di un rosario – non che tu sia una fervente cristiana, ma il paragone calza alla perfezione – e al termine di ogni corona, al posto di un Gloria, reciti un sospiro, poi ricominci frenetica e dai temi delle elementari passi alle medie, al liceo, all’università, ai trent’anni che si avvicinano. E hai nostalgia delle borchie che dal polso sono state relegate nel primo cassetto del comodino, della camicia indiana che non s’intonava con lo stile della biblioteca in cui preparavi gli esami e con le occhiatacce dei docenti, dei capelli sciolti e spazzolati così come veniva, della bandana da pirata, la tracolla che ti ha visto crescere, le T-shirt dipinte in casa e stirate al contrario per non rovinarle, i jeans sfilacciati, e della torta di pere, la minestrina con la pasta a forma di animale, Papà Gambalunga, le cene e la caciara.

Gli racconti tutto, mentre lui prende nota mentalmente, e dalle memorie e le fantasie prende forma un progetto: si riempiono le caselle – titolo, contenuti, budget, comunicazione, risultati attesi – e tutti i vuoti, i mattoncini si impilano l’uno sopra l’altro, il puzzle è finito.

«Ecco, questo è ciò che desidero» concludi, con un singolo battito di mani e un’ultima sorsata di cioccolata calda, amara e con tanta panna, come piace a te.

«Ottimo, ottimo» concorda, grattandosi la barba compiaciuto, «Che ci fai ancora qui? Corri, sei pronta, non vedi che hai anche le scarpe adatte?».

Abbassi il mento sul petto, dondoli i piedi e sogghigni come una bimba che ha appena evitato una punizione: le tue scarpe da ginnastica scolorite, sopravvissute a stagioni, maltempo e lavaggi in lavatrice, sono ancora lì, allacciate strette; ti è capitato di doverle sostituire con un paio di stivaletti, delle decolté e dei sandali con gli strass, ma non le hai mai tradite e appena possibile sei subito ritornata da loro, e a quel piccolo parcheggio che hai riservato nel ripostiglio.

Salti giù dalle ginocchia, ringrazi mille volte e galoppi fuori dalla porta e giù per i corridoi del Centro per l’Impiego, senza più bisogno di guardare i cartelli.

Ti complimenti con la segretaria (“Fortissima quest’idea del counseling in maschera! Visto il periodo, forse sarebbe stato più adatto un travestimento da Befana, ma è stato comunque grandioso!”), elogi il metodo della maieutica, fai dei paragoni con Socrate, prometti che terrai tutti informati e schizzi via.

Non fai in tempo a notare l’espressione interdetta e non senti nemmeno le sue scuse (“Il suo tutor ha avuto un contrattempo improvviso e non potrà essere presente all’appuntamento, ci dispiace che sia venuta fin qui inutilmente”), pensi solo alla tua idea, alla vita che cambia, al futuro meno sfocato, e hai un solo rammarico: non hai chiesto a quell’omone vestito da Babbo Natale che cosa desideri lui, per queste Feste.

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