Moon Boot

Liberamente ispirato a Sentinella di Fredric Brown (1954)

Scarponi voluminosi… e spaziali!

Moon Boot

«A volte non hai la sensazione di essere perseguitato?» esordisce, di punto in bianco, durante la nostra solita escursione nella natura.
Eccoci: io, lo spazio incontaminato e il rompiscatole galattico. Promemoria per il sottoscritto: d’ora in poi trascorrere i weekend rigorosamente a casa nel mio bunker.
«Sì, da te» rispondo subito. Ho già innescato il pilota automatico: è la mia irritazione a tenere i comandi e, a quanto pare, non sa usare i freni.
«Ma non da me, da loro» il suo lungo indice turbina in un moto ipnotico, in un gesto gelatinoso che comprende i canyon, il letto del fiume – due labbra semiserrate e inaridite –, lo Stato, l’Universo.
«Chi, chi?!» mi inalbero. Con lui non vale la pena andare tanto per il sottile. Non che gli insulti abbiano dato qualche risultato.
«Li vedi quei satelliti?» abbassa il volume e punta il dito verso l’alto.
«Satelliti televisivi» spiego, come se mi rivolgessi a un bambino.
«Satelliti-spia!» ribatte stizzito, «Ci osservano! Sanno dove andiamo, cosa pensiamo, cosa compriamo…».
«Certo, e come facciamo la pipì e la pupù, come attacchiamo bottone in discoteca e come ti spacco un grugno, se non stai zitto» ringhio, ma mi scappa un risata, «Chissà come si divertono a guardare tua suocera sotto la doccia… Non vorrei essere nei loro panni».
«Non dirmi che non ti avevo avvisato, quando ci invaderanno…» mormora profetico, roteando gli occhi, tutti e quattro in quattro direzioni diverse, come un invasato.
«L’invasione dei satelliti? Be’, con tutte le reti televisive che il nostro “grande imprenditore” sta fondando…» scherzo, «E invaderci per cosa, quattro pietre e il tuo brutto muso?».

Cielo! Mi fa spuntare gli aculei. Il fatto è che si comporta così da sempre, da quando, da piccoli, facevamo castelli di sabbia e lanciavamo sassolini per aria, come greggi di asteroidi in miniatura. Manie di persecuzione, io lo dico da anni. Eppure per i medici è sanissimo.

«Non gliene frega niente di depredare. Sono strani, competitivi. Dicono che abbiano grossi problemi relazionali. Conquistando noi, dimostrerebbero che sono più forti e più fighi dei loro simili» chiarisce (mah…) il mio amico.
«Ma per quello basta fare a gara a chi ce l’ha più lungo!» mi gaso, sicuro dei miei batacchi (almeno di due o tre), «Comunque, si può sapere di chi stai parlando?».
La cosa che mi manda in bestia è che il mio caro complottista riesce a trascinarmi, volente o nolente, nella discussione. Tutte le volte. Sarà che sono masochista – e anche amante del sadomaso, come potrebbe confermare quella pupa cosmica di ieri sera, ma questa è un’altra faccenda. Molto privata.
«Degli alieni! E non è tutto» continua a bassa voce, riportandomi dalle mie fantasie erotiche al suolo, con tutti gli scossoni del caso.
«Almeno smettila di sputare!» mi asciugo gli schizzi verdi, «Ma cosa hai mangiato a colazione?».
«Sh. Possono sentirci. Mettiti questo, sarai al sicuro» sibila, calcandomi su un cranio un berretto uguale al suo, un accessorio che non potrei che definire oltraggioso… Come la roba fatta a maglia da mia nonna.
«Al sicuro, sì, ma senza amici né dignità» commenta il mio senso estetico, «Questa roba ha senza dubbio poteri respingenti».
«Sh» ripete, «Ti dicevo… L’invasione non è tutto. Il punto è che il governo è d’accordo».
Il pensiero del nostro Presidente che stringe la mano a un Visitor mi fa sganasciare: «Forse il leader è curioso di avere un incontro ravvicinato del quarto tipo con le donne aliene… Vorrà organizzare un festino interspaziale!».
«Ridi, ridi. Lo fa per guadagno! Ci ha venduti, capisci? Ci abbandonerà qui, in questo buco di culo dove non cresce niente, con il tasso di disoccupazione alle stelle, mentre lui se l’andrà a spassare sul pianeta dei conquistatori» sbraita, «Anzi, ora che ci penso… Potrebbero essere già arrivati! Giù la maschera, oppressore!» cerca di tirarmi via una faccia, ma lo blocco, «Smettila di agitarti, sono io, un alieno ti avrebbe già polverizzato. Ma chi ti ha messo nelle teste certe cose?».
«Mi informo. Leggo. Navigo. Condivido» scandisce. E gonfia il petto per l’orgoglio.
«E ti lasci abbindolare da quei fanatici del banchetto di fronte al centro commerciale» aggiungo.
«C’è poco da sfottere. E se fossero stati loro a crearci?» butta lì. Poi si guarda intorno. Ancora.
«Loro… I fanatici di fronte al centro commerciale?» lo provoco.
«No, gli alieni! Sì, potrebbe essere così. Non vedo altra spiegazione. Non siamo che cloni, embrioni coltivati in vitro e lasciati qui a moltiplicarci. Il nostro mondo è un satellite, capisci? Una ghiandola o, meglio, un’appendice senza alcuna funzione, nel macrorganismo di Gaia. Hai presente la teoria di Gaia, no?».
«Eccome, Gaia, quella tipa da sballo che… Ah, no, scusa, quella è la mia vicina di casa» divago e intanto mi inerpico su un’altura più scoscesa, per prendere le distanze dal mio amico. O nella speranza che precipiti nel tentativo di seguirmi.

«E la siccità. Cos’hai da dire in proposito?» mi sfida.
«Ti dico che ho sete. Passami la tua borraccia».
«Sono loro a ridurci così».
«Gli alieni? I fanatici? Il governo?» adesso ho perso il filo sul serio.
«I membri dell’èlite! Da sempre il potere è nelle mani di poche famiglie, che dirigono e strumentalizzano a loro favore ogni cosa: politica, economia, comunicazioni… Non hai notato il nuovo logo del supermercato sotto casa mia? Una faccia che ride, il loro simbolo! E se guardi le banconote in controluce, noterai che nella filigrana…».
«Mi sono ricordato di un impegno» lo interrompo, «Vorrei tanto restare qui a chiacchierare con te e fare trekking, ma mia moglie…».
«Aspetta!» mi trattiene, «Tu non sei sposato! A meno che non ti abbiano fatto il lavaggio del cervello e ti abbiano messo in casa un surrogato… Un ultracorpo. Hai controllato che in cantina non ci sia niente di strano?».
«Era una scusa per non starti più a sentire» lo rassicuro.
«Mh. Ma tu controlla anche sotto il letto, va bene?» mi prega fissandomi con apprensione. All’improvviso si gira di scatto: «L’hai sentito?».
«Cosa, il mio stomaco? Non pensavo che brontolasse così forte. Ho un po’ di fame» confesso.
«No, no! Ascolta!».
In effetti, nell’etere risuona un rumore non ben definito: sembra il verso di un aspirapolvere. Un aspirapolvere molto grande. Colossale.

«Calmati. La settimana scorsa avevano annunciato qualcosa del genere» dichiaro, sfoggiando sicurezza, «Dicevano che ci sarebbero stati dei lavori o affari simili… Forse delle trivelle per gettare le fondamenta di un nuovo quartiere residenziale».
«È ciò che vorrebbero farci credere» con uno strattone mi tira giù, e ci ritroviamo acquattati in un basso cratere, come ai tempi dell’infanzia e del nascondino, quando le storie del mio compagno di giochi sembravano ancora divertenti, un po’ strampalate, magari, ma sopportabili. Ora, invece, la sua logorrea fantascientifica è esasperante, e un brivido molesto mi scende giù per tutti i bitorzoli della spina dorsale.
«Da domani scordati un’altra gita o gli auguri di compleanno, con me hai chiuso» intimo in un balbettio decisamente poco intimidatorio.

Uno spostamento d’aria, più forte di un tifone. I nostri berretti volano via, e questo è l’unico lato positivo.
Un coso bianco, con delle zampe rigide, atterra con un tonfo sordo, come un sarcofago che si chiude nel silenzio di una piramide. O come una mascella del mio amico, che cozza sulla dura pietra per lo stupore.
«È arrivato» mormora «Quanti ce ne saranno?».
L’essere dischiude la bocca rettangolare: urlerà? Mostrerà i denti? Niente di tutto questo: dall’apertura esce una forma saltellante, non molto diversa da noi, se escludiamo le evidenti menomazioni (mancano almeno un paio di teste, e non oso pensare a cosa abbiano fatto alle sue pudenda, non sembra che sia rimasto molto là sotto) e l’abbigliamento ridicolo.

È venuto fin qui per fare il bucato? Perché sta piantando un bastone con appeso un pezzo di stoffa? E, soprattutto, mi domando come mai indossi quei doposci ingombranti e demodé, tali e quali a quelli che io e il mio socio qua a fianco abbiamo comprato nell’unico emporio (caro come il fuoco!) di Plutone… La settimana bianca più logorante della mia vita.
«Te l’avevo detto» bisbiglia il paranoico, «Non è mostruoso?».
«I suoi gusti in fatto di moda non lasciano presagire nulla di buono» commento.
«20 luglio 1969. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità» gracchia una voce, se di una voce si tratta.
Uomo? Cosa vuol dire?

Non mi piace… E non sto parlando dell’invasione – quei buzzurri se ne andranno non appena si accorgeranno che “non c’è trippa per Spiridonti”, come recita un proverbio un po’ esotico (cosa sarà ‘sta trippa, poi) –, né del governo corrotto o dello strapotere di qualche figlio di papà, ma della cosa peggiore che si possa immaginare: un rompiscatole, in certi casi, ha ragione.

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