Guanti di plastica

50 sfumature di… pomodoro!

Guanti di plastica_modificato

Toccami, dài.

Lo vogliamo entrambi.

Toccami, palpeggiami, tastami. Come quando ci siamo incontrati per la prima volta.

Santa Rosa! Mi sembra ieri… E forse lo era davvero, ho perso il senso del tempo.

Ti ricordi? All’inizio ero rigido, verde un po’ per costituzione, un po’ per l’invidia – i miei amici lì ancora a godersi il caldo, attaccati alle mani coriacee delle mamme, e io costretto a lasciare la mia terra troppo presto – e il vago senso di nausea lasciatomi dal viaggio, non proprio di prima classe – mai visti così tanti sconosciuti accatastati l’uno sull’altro, in un miasma al sapor di soffritto e tartufo.

Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita, devo ammetterlo.

Poi, qualcosa dentro di me è cambiato: dapprima impercettibilmente, lentamente, come una stalagmite che si forma goccia dopo goccia dopo goccia – e non chiedermi come faccia a conoscere certi fenomeni naturali, non lo so nemmeno io, so soltanto che bramo questo incontro di superfici più dell’acqua e dei sali minerali. Nel mio intimo più fertile e profondo ho avvertito un frullare, un rimescolamento da cima al fondo, il distacco di un iceberg e uno scioglimento di ghiacci: è questo che significa avere le farfalle nello stomaco? Forse non si è trattato di vanesse né tantomeno di macaoni, ma di semi… granelli di una nuova fase che attendono solo di schiudersi e germogliare.

E quell’attesa sei tu: il passaggio dalla potenza all’atto dipende dal tocco vivificante della tua mano.

Dài, toccami.

È inevitabile, non lo senti?

Adesso di verde ci sono soltanto queste insalate, confidenti di segreti teneri e croccanti; di verde ci sono questi muri brillanti come erba primaverile in cui mettere radici, il tuo grembiule senza nemmeno una piega e quella sfumatura che ogni tanto appare nei tuoi occhi cerulei, quando il sole è a mezzogiorno e la fame al culmine. Io? Io vesto di porpora, ho uno nuovo incarnato di gelosia e imbarazzo, come qualsiasi innamorato.

Sono rosso e pieno di difetti, provato nel mio essere e in equilibrio instabile, ma tu passa oltre, guarda al di là e prendimi così come sono: o così… o Pomì.

Eccoti.

Come una divinità dei campi – Cerere, Cirio o la bionda Sif – evocata da un rituale o da un desiderio puro e forte, tu appari dal retrobottega, avanzi e tutto si fa silenzio e aspettativa. Ti avvicini al pilastro argentato, l’ultima colonna d’Ercole che separa il mio dal tuo mondo, prendi un sacchetto (duttile culla che visita i miei sogni!) e infili i guanti: lo fai con calma e perizia, mentre lo sguardo accompagna il gesto, dalle falangi al polso bianco, un movimento chirurgico e musicale. La trasparenza plastica aderisce alla perfezione e dona all’epidermide una consistenza di perla. Sei un aspide che rientra nella propria pelle in un moto contrario e misterioso.

Sorridi alla cliente, dispensi consigli e ricette con lo stesso fascino e l’autorità della Pizia, elargisci valori nutrizionali e tempi di cottura, trasudi saperi alimentari, fiducia e cortesia… Poi afferri due carote e le consegni alla tua interlocutrice.

Prorompo in un singulto esasperato, ma lo sdegno si dissolve non appena ti volti verso di me: una rotazione che noto soltanto io, un abbassarsi di ciglia e una piccola ruga tra le sopracciglia tutti per me, un messaggio senza parole, un codice cifrato di cui, unico fra la folla, conosco la chiave. Una promessa.

Tra poco.

Oh, afferrami, afferrami! Soppesami, valuta la mia passione sulla tua bilancia e lascia che ti mostri il mio cuore sugoso; e poi assaporami, per intero o a piccoli morsi da centellinare nella giornata, privami dell’armatura lucente, adagiami su un letto di foglie, sotto una coltre di latte e olii fragranti; oppure fammi cucinare lentamente nel mio brodo, tienimi in caldo tra spezie e speranze, friggimi, sperimenta con me.

Come fremo! Anzi… traballo, o meglio… ondeggio, rotolo, precipito!

Spatasciac.

Mi guardi, spalanchi gli occhi, reprimi un urlo. Mi vedi davvero. E mi raccogli! Mi sollevi con delicatezza, tra di noi l’asetticità dei polimeri sintetici, scuoti la testa e mi getti nel cestino, tra involucri strappati e brandelli di radicchio ormai disillusi.

«Cos’è successo, Giulia?» ti chiede la tua collega.

«Quel pomodoro era troppo maturo» sentenzi tu, come a mettere fine alla nostra relazione con una scusa classica e collaudata (incompatibilità di carattere, interessi diversi), «E quando la frutta è troppo matura… cade!».

Guanti di plastica (Salsamenteria)

Potete incontrare Giulia in Salsamenteria (www.latuasalsamenteria.it): qui i pomodori, e non solo, sono sempre freschi… e restano al proprio posto! 😉

 

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