Anello chevalier

Un gioiello ricco di storia… che ritorna!

Anello chevalier

Un anello d’oro, un po’ ammaccato in verità. Per la precisione, un anello chevalier, un sigillo da dito.

A dirla tutta, la figura incisa sul castone – un’immagine al rovescio, ma che, impressa, avrebbe rivelato uno stemma nobiliare impettito e ritto sui suoi ghirigori, nonché la rettitudine delle supposizioni del suo proprietario – era un po’ offuscata dal tempo, resa opaca da lavaggi inappropriati (da quando i discendenti di principi e imperatori hanno incominciato a immergere le mani nel detersivo concentrato all’aceto e mela?), chiusa in una gabbia di graffi.

Qualche parente, poi, sicuramente più avvezzo alla stilografica che alla ceralacca, aveva riciclato il monile come fede nuziale, così, nella parte interna, concava, era possibile scorgere le tracce di un “settembre 1922”, di un “dicembre 1947”, di un “Vittorino”, una “Gervasa” e addirittura un cuore stilizzato. “Continuità tra passato, presente e futuro”, spiegava la famiglia; lui scuoteva la testa e faceva allusioni meno poetiche all’atrofia delle braccia di cui parevano aver sofferto alcuni prozii e cugine acquisite da parte di padre.

Su quello stesso castone, al di là delle usure e degli abusi subiti, oltre le scrollate di spalle della nonna, tra le particelle di acqua bollente, sapone neutro, alcool denaturato, ovatta e tanto olio di gomito (pregi e difetti di una lucidatura casalinga!), Venceslao discerneva nettamente le mitologiche forme di un drago: le fauci spalancate, gli arti rampanti e letali – riuscito connubio tra preistoria e folklore –, le ali da pipistrello, la coda a punta di freccia.

Escludendo una precoce passione della sua stirpe per la musica metal e forte dell’indiscussa antichità del gioiello – famoso è ormai il ritratto (immune da Photoshop) del trisavolo, proprio sopra al camino, con tanto di anello all’anulare destro –, il nostro eroe, abbeveratosi alla fonte di Stephen King e Lamberto Bava fin dalla più tenera età e ansioso di dare lustro al proprio lignaggio e guadagnare qualche punto agli occhi delle compagne di università, millantava  di essere un discendente diretto di Vlad III di Valacchia, proprio quel principe, noto anche come Dracula, da cui Bram Stoker, sul finire del XIX secolo, trasse ispirazione per il suo romanzo eccetera eccetera.

Venceslao aveva naso adunco e occhi cerchiati (per le lunghe notti in compagnia del manuale di Sistemi idraulici industriali), proprio come l’Impalatore; i suoi baffetti da hipster, tuttavia, erano appena accennati, e non poteva vantare una chioma bruna e inanellata, ma l’incipiente calvizie era facilmente spiegabile con un gene ereditato dal ceppo materno; quanto al carattere, l’erede del vampiro non era certo un sanguinario – famoso quanto il ritratto del trisnonno è il suo svenimento durante la prima ora di anatomia alle medie –, bensì aveva un debole per la carne ben cotta, quasi abbrustolita, e l’infelice tendenza a farsi mettere i piedi in testa, passare le risposte durante gli esami e non ricevere in cambio nemmeno un briciolo di gratitudine… figuriamoci rispetto o timore reverenziale!

D’accordo, forse a volte il buon sangue, contrariamente al proverbio, mentiva eccome, ma Venceslao ricordava a se stesso che, dopo più di cinque secoli, una variante sul tema era ammissibile, se non caldamente consigliata per ridare vigore e nuova linfa alla schiatta.

Incappare nel nome di Radu Vacald, mentre cincischiava su Internet, tra un bignami digitale di Princìpi di Automazione e un filmatino hard-horror con procaci vamp discinte, fu provvidenziale: l’emerito antiquario romeno si trovava in visita proprio nella sua città, e contattarlo, esporgli in breve la questione e fissare un appuntamento nel tardo pomeriggio fu un attimo.

«E così lei presume di discendere dal grande voivoda Vlad Tepes?» lo apostrofò lo studioso, seduto dietro il separé di una caffetteria del centro.

Venceslao annuì, già intimidito.

«Un oggetto interessante, non c’è che dire,» proseguì l’uomo, con voce profonda, «sebbene il drago sia un simbolo ricorrente non solo nell’est Europa, ma anche nel resto del mondo, dagli Appennini alle Ande. Mi sono concesso la libertà di mostrare la foto che mi ha inviato a un mio esimio collega esperto di araldica: ebbene, nonostante la somiglianza con lo stemma del Drăculea sia notevole, la bestia incisa sul monile qui presente ha una sostanziale differenza, ovvero il numero di dita nella zampa posteriore sinistra… Vede? È lampante!» Radu tacque e indicò una millimetrica scalfittura.

Se Venceslao non avesse nutrito una spontanea fiducia, una sorta di familiarità, nei confronti dell’antiquario, avrebbe dubitato della sua spiegazione: Vacald, con rispetto parlando, aveva additato un segnetto a caso, a malapena visibile, con la velocità e la parlantina di un conduttore del gioco delle tre campanelle.

«Quindi nessuna possibilità di ereditare la fortezza di Poenari, trasformarla in un B&B e fare un sacco di soldi?» domandò il ragazzo, più che altro per conferma.

«Non mi parli di Poenari. La fortezza di Poenari è un casino!» si scaldò l’altro, «Sarebbe più economico buttare giù quei quattro ruderi e ricostruire tutto daccapo. Trentacinque camere, una dozzina di concubine fanatiche di belletti, servitù incontinente al minimo – e dico minimo – rimprovero, e un solo bagno… all’ultimo piano. Ma cosa avevo in mente…».

La faccia di Venceslao assunse la forma di un punto interrogativo quasi glabro e alquanto deperito.

Radu si schiarì la voce: «Volevo dire… Pare proprio di no, amico mio. In ogni caso, sarebbe un investimento imprudente, oneroso. E poi mi scusi, ma che importanza hanno le sue remote origini? Mi sembra un baldo giovine, con un brillante futuro a portata di mano, magari una carriera accademica o uno studio tutto suo. Suvvia, ha tutta la vita davanti, cosa le importa di un presunto antenato ormai pieno di ragnatele, che cosa potrebbe procurare un’eventuale e antichissima parentela illustre alla sua attuale esistenza? Conosce l’espressione dell’Alighieri? “La stirpe non fa le singulari persone nobili, ma le singulari persone fanno nobile la stirpe”. Si concentri su di lei, sui suoi desideri e le sue aspirazioni, perché, una volta che saremo lassù o dabbasso,» lo studioso indicò il soffitto e il pavimento del locale, Paradiso e Inferno in formato tascabile, «una volta che saremo banchetto per i batteri decompositori, non ci sarà differenza tra un principe, un ingegnere meccatronico come lei o un’ancella».

Il giovane lo fissò in silenzio, ancora un po’ dubbioso, così il suo interlocutore fece una pausa a effetto, abbassò gli occhi per un istante, poi levò lo sguardo, acceso, profondo, febbricitante, ed estrasse l’asso nella manica: «“Non lasciare che il passato ti dica chi sei, ma lascia che sia parte di chi diventerai”» proclamò tonante.

«Cavolo, questa è veramente profonda…» commentò Venceslao, finendo il suo Bicerin in un sorso, «Mi ha convinto!».

«Bravo ragazzo» commentò Radu, «Ma dal momento che per lei è così importante e proprio perché si tratta di lei – badi, la sto trattando come se fosse mio figlio –, potrei fare ancora qualche ricerca, giusto per sicurezza… Sempre che sia d’accordo e acconsenta a lasciarmi l’anello per qualche giorno».

Venceslao ringraziò e ringraziò, pagò il conto, si profuse in lunghi saluti e tornò a casa.

Soltanto qualche giorno dopo avrebbe scoperto che l’indirizzo di posta elettronica del signor Vacald era stato disattivato, anzi, in rete non risultava traccia dell’esperto di antichità, e che lui non aveva nessun altro recapito per ritrovarlo e farsi restituire l’anello.

***

«Allora, ha abboccato?» il servitore emerse dall’ombra con uno squittio.

«Direi proprio di sì» il suo signore indossò il gioiello e riacquistò le proprie sembianze: folti mustacchi, occhi rapaci e labbra carnose, adatte a mordere, dilaniare e ringhiare ordini.

«Però, padrone, bel nipote che ti ritrovi!» commentò l’altro, strofinando le lenti degli occhialini ottocenteschi sul panciotto beige.

«A cosa devo questa confidenza? Non ricordavo che ci dessimo del tu».

«Immaginavo che dopo tutto il tempo e quello che abbiamo passato insieme… Comunque, perdonatemi la franchezza, ma lo avete convinto citando una battuta de Il mio grosso grasso matrimonio greco! “Non lasciare che il passato ti dica chi sei, ma lascia che sia parte di chi diventerai”…» recitò il lacchè, volutamente melenso.

«Il luogo da cui siamo fuggiti non offriva una vasta gamma di programmi televisivi… Commedie romantiche tutto il santo giorno!» si dolse, poi si erse in tutta la sua altezza e si avviò all’uscita del Caffè, incurante del fatto che il suo copricapo di velluto rosso, adornato di otto file di perle, una stella d’oro e rubini e un pennacchio, avrebbe destato l’attenzione dei torinesi del XXI secolo, «Ora andiamo, abbiamo molto lavoro da fare. Sono sicuro che la reincarnazione della mia amata moglie si trovi in questa landa umida e nebbiosa. Intanto sono rientrato in possesso del mio anello: ci tenevo parecchio, lo sai, Renfield?».

«Oh, lo so bene, mio signore» rispose Renfield, trotterellandogli dietro, «Bentornato nel mondo, conte Dracula!».

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