Foulard Hermès

Un’avventura… alla moda!

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Il serpente Emmès era vicino.

Amelia avvertiva un brivido alla base della nuca e un formicolio in tutti i polpastrelli.

Ormai sapeva tutto di Lui: aveva consultato antichi volumi con immagini spaventose, dalle tinte sgargianti, che parevano saltar fuori dalle pagine e mettere alla prova il suo coraggio; aveva disegnato mappe con l’inchiostro simpatico per evitare sguardi indiscreti, fatto calcoli, consultato le stelle sul soffitto, le carte e il calendario; il saggio Papin’O, inutilmente, le aveva detto di guardarsi dalla furia di Ammam, poi l’aveva fissata a lungo – sul naso portava spesse lenti di cristallo, che rendevano i suoi occhi grandi grandi come quelli di un gufo, ma di un color nocciola caldo e buono come le castagne e la crema al cioccolato fondente – e le aveva bisbigliato di dare sempre ascolto al suo spirito avventuroso.

E lei non se l’era fatto ripetere: zaino impermeabile in spalla, una bottiglietta d’acqua, qualche razione di cibo, un cerotto ancora incartato (meglio non partire impreparate!) e via, verso l’ignoto.

Affidata a Yuki la difesa dei tesori già accumulati nel corso delle imprese precedenti, l’esploratrice aveva designato come braccio destro – nonché mozzo e portantino in caso di necessità – il fedele quanto pavido Teddy, ora abbarbicato alla sua schiena, tremante al cospetto dell’Albero dei Cappotti, della Caverna degli Ombrelli e della propria ombra.

Dicevano che il leggendario Emmès avesse strisce di oro purissimo lungo tutto il dorso e uno sguardo di rubino, e che fosse più lungo del Rio delle Amazzoni; il suo abbraccio, con ogni probabilità, doveva essere ardente e letale, e meglio non pensare alla bocca smisurata, alla lingua biforcuta e al veleno di quei canini aguzzi! Di sicuro il sibilo era ipnotico, ricordava il frusciare delle sete dei bazar d’Oriente, là dove si vendevano tappeti volanti e lampade incantate (lei ne aveva ben tre), e la coda risuonava come un’orchestra di sonagli e xilofoni.

Una creatura mitica e pericolosa, più di una tigre, più di un T-Rex, più feroce perfino di Miu!

Alcuni consideravano Emmès una divinità, e c’erano ottime ragioni per sospettare che Ammam facesse parte dei suoi fedeli; altri, rifletté Amelia, doppiando l’Isola delle Uova di Pasqua, avrebbero volentieri trasformato il serpente in una borsa o un paio di stivali, oppure lo avrebbero catturato e venduto a un circo… Ma lei no: lei lo avrebbe ammansito, avrebbe conquistato la sua fiducia e insieme sarebbero partiti per nuove avventure in terre strabilianti. Inseparabili. Eccezionali. Memorabili.

Mancava poco al Tempio.

L’eroina circumnavigò il Gigante Addormentato, oltrepassò le Colonne di Cucinterra e si tuffò nel Mare di Marmo.

«Teddy, non perdere la bussola! Da che parte soffia il vento? Cosa vedi col tuo cannocchiale?» esclamò concitata, scorgendo finalmente terra.

L’avventuriera, trascinando a forza il suo secondo, si inoltrò attraverso l’Altopiano Lettone e da lì nel fitto della Foresta dei Vestiti… ed ecco le porte del luogo sacro, la meta della spedizione, il momento solenne. Tenne a bada l’entusiasmo, sospirò e aprì un’anta per volta, piano piano, sussurrando paroline dolci per non spaventare il serpente e indurlo all’attacco.

Emmès, avvoltolato su una pila di raso e lino egiziano, le piombò addosso senza alcun preavviso.

Amelia gridò, ma le soffici spire le coprirono la bocca e il naso.

 ∼∼∼

«Yuki sta mangiando il filo dell’abat-jour, Miu si è arrampicata sul frigo, il nonno si è svegliato dal suo pisolino pomeridiano, le gambe del tavolo sono macchiate di marmellata e il pavimento dell’ingresso è pieno di impronte: c’entri forse qualcosa?» domandò Ammam, irrompendo in camera da letto con le mani sui fianchi (bruttissimo segno), «Ma soprattutto, si può sapere cosa stai facendo con il mio foulard Hermès?».

Amelia lasciò cadere a terra la sciarpa verde, l’orsacchiotto di peluche la seguì a ruota.

«Mamma, il serpente mi ha aggredito!» si giustificò la bambina, «Papà mi aveva detto…».

«A quanto pare dovrò fare due chiacchiere anche con lui, allora» guardò quel faccino maculato di lentiggini, incorniciato da una zazzera scura e arruffata, e finse un’espressione minacciosa; raccolse il foulard e se lo avvolse intorno al collo (Ammam lo aveva già addomesticato?): «Ami, i serpenti sono esseri molto particolari, hanno bisogno di tempo per diventare nostri amici» avvicinò un’estremità del tessuto al viso della figlia e le solleticò il naso all’insù, «Tra qualche anno potrai indossarlo anche tu. Gli sei già simpatica, visto? Ora però devi fare attenzione: la moda, a volte, può essere molto pericolosa!» concluse enigmatica e, prendendo Amelia alla sprovvista, incominciò a inseguirla ridendo.

Hermès, placido e soddisfatto, si godeva la corsa dal suo posto riservato.

Amelia

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