Scarpe da tip tap

Estorsione… letale!

Scarpe da tip tap

Non aveva fatto i conti col cadavere.

Era sempre stato quello, il suo modus operandi: istinto e azione. Poi, a pulire e riordinare, ci avrebbe pensato qualcun altro.

Poteva andar bene alle elementari, quando si appropriava di Trancini, Buondì e crostate alla ciliegia sotto la minaccia di una manina chiusa a pugno – alle sedici e trenta precise, all’uscita da scuola, la sua tata avrebbe notato le bambine con i lucciconi e il visetto smunto per la mancata merenda, e avrebbe comprato il loro silenzio con un bombolone ancora sfrigolante o una fetta di torta di mele casalinga e senza additivi (lo vedi che succede, a volte, ad accettare cibo dagli sconosciuti!).

E poteva funzionare alle medie, al bel tempo in cui il furto di un orecchino o una molletta (più un eventuale corredo di pizzichi e pugni) valeva la candela – le vittime erano prontamente rintracciate da sua madre e ricevevano un buono per una seduta gratuita presso uno dei suoi saloni di bellezza (benedette siano l’acne e le sopracciglia selvagge dell’adolescenza!).

Il “gesto assoluto”, la monelleria senza pensare alle cause né alle conseguenze, era il suo credo, si era affinato negli anni e filava liscio anche adesso, a ogni litigata con un professore, ogni chiamata in presidenza, ogni minaccia di sospensione: se le sovvenzioni del paparino (un istituto superiore privato, ricalcato sul modello del college britannico, ha bisogno di sussidi, è ovvio) non erano valse a salvarla dalle bocciature, almeno avevano ammantato la sua figura armonica e proporzionata di quell’aura di intangibilità e deferenza per la quale si stava tanto prodigando.

Sì, Caterina era pluriripetente, ma questo aveva contribuito a fare di lei un emblema, un punto di riferimento per i primini e non solo: chi conosceva i punti deboli degli insegnanti, i posti più sicuri in cui pomiciare, le falle nel soffitto, coperte da uno strato di polistirolo, nelle quali si potevano scovare bottiglie di vodka e San Simone? Chi conosceva il liceo, le sue luci e le sue ombre, meglio di lei?

La sua consulenza prevedeva un piccolo prezzo da pagare, certo, ma cos’era un favore, un debito da estinguere al momento opportuno, una schiavitù a tempo determinato, in cambio della sua amicizia posticcia, che avrebbe tramutato la cozza, la balena, il mingherlino o l’imbranato di turno in una creatura “figa per estensione”?

Caterina non amava studiare, ripetere date, concetti, formule e pentametri giambici a pappagallo, ma aveva un’intelligenza vivace e, soprattutto, la magica capacità di creare relazioni, orchestrare simpatie e rancori, coordinare innamoramenti, unioni, corna e distacchi, per puro capriccio, per la filosofia del Tutto-Torna-Utile o per gli innocenti desideri degli sprovveduti che si rivolgevano a lei.

Una sorta di “Signorina Come Fare”, non così diversa dalle amabili nonnette o dalle patinate donne in carriera che bisbigliavano consigli dai giornaletti del supermercato o dalle rivista di moda… ma con l’attitudine a far convergere tutti nodi della rete al proprio pettine, verso un fine superiore e meramente personale.

Se poi qualcosa andava storto, be’, Caterina alzava le spalle sensuali, appena visibili sotto la camicetta dell’uniforme, whatsappava una richiesta di intervento, e il deus/pater/mater/servus ex machina compariva dall’alto a sciogliere la matassa e ungere gli ingranaggi con il grasso delle banconote.

Poi era arrivata Cecilia, l’angelo del primo banco.

Cecilia sorrideva e aveva una parola gentile per chicchessia; Cecilia passava gli studi di funzione, le versioni di latino e i test di storia senza alcun tornaconto; Cecilia chiacchierava con chiunque, rideva alle battute e ascoltava – c’era da sbellicarsi solo a guardarla, Biancaneve e una Corte dei miracoli di occhialuti, insicuri e suorine; Cecilia frequentava corsi extrascolastici, suonava il violino, il basso e il flauto traverso, disegnava nature morte, fumetti e caricature, offriva muffin e cupcake ogni lunedì (“un dolce inizio settimana!”) e dirigeva la gazzetta di classe; Cecilia mangiava tramezzini di pane biologico ai cereali, senza olio di palma, e lo spartiva con i passerotti del cortile – solo i semi, ché, si sa, il lievito fa male agli uccelli, li fa gonfiare e gonfiare fino a esplodere, in un bordello di piume, umori e guano… Il paragone con certi membri maschili repressi veniva spontaneo.

Cecilia era schifosamente sincera, amabile, divertente; Cecilia era una studentessa modello, un’amica impagabile, una ragazza graziosa. Cecilia era. E aveva un paio di scarpe da urlo.

Carino, il tempo imperfetto, un tempo adatto a indicare situazioni e abitudini considerate in un momento passato e che non ritorna.

Proprio così, i verbi non ritornano, le proposizioni principali e subordinate perdono consistenza nel momento in cui vengono vomitate sulla carta o nell’aria, ma lo stesso non vale per i cadaveri.

Una salma è ingombrante, e non esiste paparino capace di smaltirla senza lasciare tracce. Una falla nel sistema, l’eccezione alla regola, la relatività del gesto assoluto.

Una carcassa non sparisce così dalla faccia della Terra, puff, e lontana dagli occhi, dagli inventari, dall’anagrafe e dalla polizia.

E Caterina non aveva idea che la reginetta del rigor mortis fosse così pesante.

Come al solito, l’azione era stata rapida e indolore, almeno per lei: “Dammi le tue scarpe”-“No”-“Ti ho detto di darmele”-“E io ti ho detto di no”-“Hai voglia di scherzare?”-“E se anche fosse?”-limetta per unghie, adrenalina e carotide-Cecilia immobile sul pavimento del bagno, decisamente più collaborativa-scarpe.

Forse aveva perso il controllo, giusto un tantino, ma non la lucidità: il sangue si lava via in fretta dalle mani, ed è sufficiente un po’ di sapone per cancellare l’odore di macelleria e ferramenta; per i capelli inzaccherati, invece, ci vogliono un paio di passate di shampoo purificante e una di balsamo, ma la macchia rossa non si nota se hai una chioma scura, basta una coda di cavallo, tanto per evitare l’effetto rasta, e pensarci una volta tornate a casa; i vestiti, infine, bruciano rapidamente, poi il cappotto copre il resto.

Nessun rimpianto, nessun pippone allucinante alla Lady Macbeth, ma restava il dettaglio del cadavere.

E forse non era stata una buona idea avvalersi dell’aiuto del nerd della III B, troppo deboluccio e fanatico del Signore degli Anelli per caricarsi in spalla la defunta, gettarla dal dirupo e non andare fuori di testa. Eccolo lì, infatti, piccolo come un hobbit, a piagnucolare peggio di Gollum.

Almeno Caterina aveva le scarpe, e le calzavano a pennello: nere, lucide, con il tacco squadrato e un cinturino lucido lucido ad avvolgere il collo del piede come un serpente corallo… E poi quell’incantevole ciac ciac a ogni passo! Ok, la soletta interna presentava una chiazza cremisi già tendente al marrone, ma avrebbe chiesto a Consuelo di ripulirla con la candeggina o una roba simile e, già che c’era, di aggiungervi un paio di fiocchetti in punta.

«Fatti da parte, ci penso io» in un impeto di delirio di onnipotenza, amplificato dalla soddisfazione di avere ottenuto quelle mitiche calzature, assestò uno spintone prima allo sfigato – adesso riverso su un fianco, in posizione fetale, a invocare Gandalf e i Puffi – e poi alla fu-Cecilia, che sotto la luna, complici la luce e l’intorpidimento dei muscoli, pareva ghignare, mentre la gravità l’attraeva verso le rocce aguzze e la corrente del fiume.

I morti si gonfiano e possono tornare a galla, ma, in fondo, i vivi sono più lesti, specialmente se hanno un volo prenotato per Aruba. Problema risolto, la soluzione a portata di iPhone.

«Divertiti a ballare in compagnia dei pesci siluro!» esclamò Caterina, agitando una mano.

L’estinta parve rispondere al saluto, o forse era solo uno spasmo involontario, magari un’ondulazione del braccio provocata dal rapido precipitare, come un lenzuolo steso al sole in una giornata di vento.

Cacchio. Cecilia era anche una ballerina di tip tap. Indossava quelle scarpe tutti i mercoledì, un attimo prima di scendere in palestra per la lezione.

Caterina se ne ricordò solo quando le cinghiette, così lustre ed eleganti, così bon ton, penetrarono a fondo nella pelle sottile, e i piedi, fuori controllo, accennavano i primi di un’infinita serie di passi di danza.

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