Scheletri nell’armadio

Partire è un po’… Svuotare l’armadio!

Berlin (356)

©Dragana Praštalo – Grazie per il tuo splendido scatto, cara Dada (https://lepennute.wordpress.com/)!

La notizia era arrivata come una bomba: l’ordigno, sganciato da due labbra tentennanti – la miccia accesa da mani sudate, che si torturavano nel mimare il discorso (un’occasione importante… uno stipendio migliore, maggiori responsabilità) – l’aveva attraversata a una velocità impossibile, depositando un residuo di curiosità e senso dell’avventura, e infine era esploso nell’armadio – sei ante (quattro e mezza delle quali occupate da lei), etno-vintage-chic, ottimo rapporto qualità/prezzo.

Nessuna vittima immolata sull’altare del “fare spazio”, né vecchiume, fantasie tartan o trame fragili lasciati indietro. Niente lacerazioni, al massimo qualche piegolina (ma alla stiratura post trasferimento avrebbe pensato solo in seguito) e il balsamo miracoloso del “può tornare utile”.

Tutti sopravvissuti: da recuperare, etichettare, sistemare e imballare.

Come ci si veste per scoprire un Nuovo Mondo?

«Ma quanta roba da vestire hai?» lui entrò nella camera da letto, che effettivamente somigliava a un campo di battaglia: maglie di cachemire e abiti di chiffon sul letto, collant di seta e calzini in caldo cotone sui cuscini, e poi pantaloni da neve, costumi da bagno, pashmine e tailleur sullo scrittoio, il tutto ammonticchiato in pile e cataste, disordinate agli occhi dei più, ma erette con metodo.

«Ti rendi conto che il camion dei traslochi sta per arrivare?» continuò lui, «Tu e le tue imprese dell’ultimo minuto». Scosse la testa, ma lo disse con tenerezza. Lei era da ultimo minuto, coglieva e si godeva l’attimo. E, del resto, una donna così capitava una sola volta nella vita, e solo se si era particolarmente fortunati: una compagna che accettava il cambiamento come si fa con un mazzo di fiori – le braccia spalancate, un sì, un bacio al sapore di fragola (avresti fatto lo stesso per me, no? “Siamo un pacchetto”, ricordi?) –, e che da un giorno all’altro era stata disposta a ficcare trent’anni in uno scatolone e a portarli dall’altra parte del globo, sempre facendo attenzione che non gliene sfuggisse nessuno.

«Non sapevo decidermi sulla classificazione più adatta» si giustificò lei con il sorriso fintamente colpevole di chi neghi di aver svuotato il barattolo della Nutella… nonostante gli evidenti baffi di cioccolato e nocciola.

«Classificazione? Io ho buttato le mie cose in due scatole e bon».

«Non è così semplice. Quando arriveremo, avrò altro a cui pensare che non a dove ho messo il pigiama di flanella o che fine ha fatto la mia giacca impermeabile (e lì piove spesso, mi sono informata). Una lingua nuova, devo ancora far pratica, la mia pronuncia è penosa, e la spesa, il supermercato più vicino, la gente, il lavoro, altri ritmi, la burocrazia… E la spesa, ho già parlato della spesa?» la sua voce divenne progressivamente più acuta, fino a spezzarsi di netto, o a raggiungere altezze da vertigine e per noi inudibili, quelle centinaia di migliaia di Hertz dove volano i pipistrelli vampiro e saltano i delfini. Gonfiò le guance, con quell’espressione da panda che lo aveva conquistato, fece uscire l’aria con controllata lentezza, in un modulato ffiii…, fermò lo sguardo sulla propria opera di catalogazione e ritrovò il filo di Arianna nel labirinto di shorts, lupetto e cinture verde acido: «Ma adesso ho trovato il modo, vedi?».

La ragazza indicò i parallelepipedi e i cubi di cartone, sui quali campeggiavano lettere maiuscole in pennarello nero, unica traccia indelebile, stentoreo stampatello, motore immobile in un turbine di poliestere e macramè, di molecole tessili in rotazione, presto in balia del check-in, delle turbolenze in classe economy, jet lag e relativo rimescolamento (che effetto faranno la pressione e il fuso orario sull’elastam?): “primavera-estate chiari”, “autunno-inverno scuri”, “accessori in ecopelle”, “borse (handle with care, please!)”, “maglioni che pungono (da indossare con “camicie leggere”)” e così via.

Su un pacco più piccolo, dal coperchio rigido, faceva capolino un timido “biancheria intima speciale”, e ogni segno era un occhiolino, un fremito, una promessa – come sarà scoprirsi, e poi scaldarsi, annusarsi, riconoscersi, ad altre latitudini? E se agli antipodi l’acqua dello sciacquone gira in senso contrario, cosa succede al sangue? Si ferma, ribolle e poi congela? Oppure i cuori scendono nei piedi, pompano il sangue dai calcagni in su, e ci toccherà camminare sulle mani per non schiacciarli?

Incominciò a piegare gli indumenti, rovistando tra i mucchi a colpo sicuro, a volte scambiando la coda del cane (suo aiutante auto-designato) per una sciarpa soffice che non ricordava di avere.

«Ti serve proprio tutto?».

«Assolutamente sì!». Ma la mia pelle nuova, lavata da un nuovo getto d’acqua di una doccia nuova, esposta a un nuovo vento, nuovi raggi, nuovo smog, si abituerà a questi vestiti?

Ogni capo una storia, e ogni storia un capitolo del proprio libro, un diario di viaggio, a quanto pareva, un romanzo forzatamente on the road alla volta dell’Eldorado del posto fisso e dei titoli di studio riconosciuti. I pantajazz portafortuna con cui aveva superato l’esame di geografia al primo appello, la T-shirt presa in prestito alla sua migliore amica e mai restituita, la tutina del Battesimo, la camicetta del loro appuntamento, i guantini Anni Venti scovati in una bancarella del quartiere, ancora di attesa di essere indossati per una sera a teatro o in un cinema d’essai, l’immancabile canottiera della salute, il grembiule a quadretti bianchi e blu cucito dalla bisnonna…

Intanto l’armadio – il ventre squarciato del pescecane delle fiabe – la guardava ad ante aperte, mentre i vestiti ancora al suo interno aspettavano con pazienza di essere passati in rassegna, prelevati e inseriti nel reggimento adatto.

Lucky – in naso vibrante, rapido a cogliere il minimo cambiamento nell’aria, a stringerlo e mordicchiarlo con i suoi denti da mastino in miniatura – seguiva la manovra in ogni sua fase (estrazione-osservazione-posizionamento), odorava i tessuti, lappava le memorie e i fili penzolanti, rizzava le orecchie al frusciare degli orditi e dei pensieri.

Gli appendini, dal canto loro, giacevano a terra, chi direttamente sul pavimento in abete-spazzolato-verniciato-sbiancato, chi in scatole slabbrate, ceste o secchi; oppure stavano appollaiati sulla sbarra metallica come magri avvoltoi, alcuni già alleggeriti dal peso della stoffa, altri ancora in procinto di essere spolpati. Grucce di legno bianco dell’IKEA, appendiabiti in plastica regalati da boutique ansiose di liberarsene, fili di ferro piegati a triangolo, dal vertice superiore modellato a mo’ di uncino, resti di lavaggi in lavanderia, e poi stampelle con due pinze per mini di jeans scolorite nel tè, souvenir di Berlino, e gonnelloni provenzali ariosi come campi di lavanda.

A lei, quegli appendini, ricordavano costole e vertebre: differenti, sì, ma appartenenti al medesimo organismo.

Il materasso era ormai sgombro, le sedie non avvertivano più quel peso lanoso sulla schiena e sullo stomaco, e anche l’ultimo brandello aveva messo il naso fuori dal guardaroba: sul parquet, nei contenitori e al di là dei battenti in wengè, il cimitero degli appendini spogli registrò il tutto esaurito.

Ossa di un unico corpo, ma anche tante unità singole e spettrali, mummie sbendate da non disturbare, che si apprestavano a infestare la camera sempre più vuota e, forse, a danzare sotto la luna piena, a tintinnare, ghignare nel vuoto, in idiomi fibrosi, argentini e sintetici. Ossa poco invitanti, che il cane non avrebbe avuto il coraggio di trafugare e seppellire nel vaso di gerani.

«Questa è l’ultima scatola» con un lamento da soprano, il nastro sigillò il pacco, lo bendò e gli tappò la bocca (rotta verso l’ignoto, non una parola fino a destinazione, nessun contatto con l’esterno o col passato).

«Forse all’inizio dovremo fare dei sacrifici» iniziò lui, «Ma poi staremo bene. E presto potremo permetterci una casa più grande, magari con un giardino, una veranda per la colazione e una cabina armadio come quella in quel film. Sei pronta?».

Lei si accoccolò sui talloni (tanto il cuore, per ora, è lassù al suo posto): il sole del tardo pomeriggio stava tramontando nella stanza, sui suoi capelli dai riflessi chiari, sull’armadio scarnificato – il fossile dimenticato di un rettile estinto, magari di un drago sconfitto da un cavaliere o da un santo –, illuminando granelli di polvere fluttuanti, i prossimi inquilini di quello spazio.

Lì la prima cassettiera, montata di domenica tra imprecazioni e risa – chissà perché, a ogni tentativo avanzava una vite o un bullone diverso –, laggiù la tenda, tirata e mordicchiata da Lucky migliaia di volte, e qui il letto, testimone cigolante di notti insonni, notti d’amore e di narcolessia.

«Qualche rimpianto?» domandò lui.

«No» rispose decisa, e nell’espirazione fuggirono via anche gli ultimi tarli e i punti di domanda. Agguantò una gruccia dall’armadio, una di quelle dorate, imbottite e ricamate a rose purpuree e rami di pesco, forse da una zia di secondo o terzo grado, e se l’agganciò al polso come se fosse il pappagallo di un pirata.

Se la donna era stata creata da una costola – non che la teoria la convincesse del tutto –, lei avrebbe ben potuto creare un armadio da un appendino.

E sapeva che, laddove ci fossero stati lui, il cane e un guardaroba capiente (almeno otto ante, stavolta tutte per me!), quella sarebbe stata casa.

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