Filo di scozia

Una calza per ghermirli e nel buio incatenarli!

Filo di scozia

Incominciava all’improvviso, senza una ragione precisa. Se l’avesse conosciuta, quella maledetta ragione, mica si sarebbe fatto cogliere impreparato, e avrebbe evitato di coricarsi dopo bis e tris della peperonata e dell’antipasto piemontese di zia Irma, avrebbe orientato il letto a Est, fatto il saluto del sole e pure baci, abbracci e tante care cose alla famiglia galattica, compiuto tre giri attorno alla cassapanca, ruotato lo spazzolino solo in senso antiorario e telefonato tutti i santi giorni alla sopramenzionata parente.

Ma tra la digestione, il feng shui, lo yoga, i convenevoli interplanetari, i rituali igienici, l’espiazione dei peccati di questa vita (e delle otto precedenti) e la sua dannatissima insonnia non vi era alcuna correlazione. Arrivava. Punto.

Come ogni sera, a un orario variabile, Livio, pulito e profumato come se avesse un appuntamento onirico con la sorella minore di Morfeo, indossava il pigiama, accendeva l’abat-jour, leggeva qualche pagina del romanzo di turno – anche questo di genere e spessore variabili – ritagliava un angolo di materasso per Pepe, il suo Jack Russel-Barboncino-Pinscher – ennesimo esempio di variabilità – e, quando riteneva che fosse il caso, si decideva a spegnere la luce e a concludere la sua giornata.

Pancia in su e mani intrecciate sulla pancia, nel replay del “gioco della mummia” che tanto gli piaceva da bambino (Guardate, sono Seti I! E mai che qualcuno buttasse un occhio e si congratulasse per la sua somiglianza con il faraone della XIX dinastia); palpebre abbassate come la serranda della sua bottega in periferia; rapido controllo del gregge fantastico o, in alternativa, un conto alla rovescia (Apollo 13… Lancio previsto tra 3… 2…) e partenza spedita verso il mondo dei sogni. Oppure no (Houston abbiamo un problema). Anche questa era una di quelle notti.

Livio, da copione, sporgeva il ventre, stringeva le mani con più impegno e strizzava gli occhi ancora di più, accarezzava Fiocco e Pullover, le sue pecore preferite, chiamava mentalmente l’assistenza tecnica per verificare l’olio e la benzina del razzo (non era sicuro che andasse proprio a benzina, ma non poteva perdersi in sottigliezze) e riprovava. Niente.

Dopo arrivavano i pensieri, che di volta in volta potevano cambiare, ma che, tutto sommato, appartenevano alla stessa risma: il tempo al galoppo, che lasciava dietro di sé una scia di classici e best seller ancora da leggere, troppi per i limitati decenni previsti dalla statistica (Non ho mai letto la Recherche, ho tralasciato i Russi, e anche con i Sudamericani dovrei darmi una mossa… Amado, Màrquez… E poi i Francesi, gli Americani, e quel Cinquanta sfumature meriterà almeno una sfogliata, ad onor di cronaca); le foto e le feste di famiglia, sempre più sparute, sfoltite; le occasioni a cui non aveva mai aperto la porta, i sorrisi a cui non aveva risposto, gli istinti a cui aveva tolto la voce.

A coronare l’angoscia, l’acqua trasudava dal parquet, raggiungeva il primo cassetto del comodino, il secondo, gli occhiali da lettura; lambiva le lenzuola, i capelli, i bottoncini bianchi della giacca del pigiama; inzuppava il pelo del cane, gli raffreddava le ginocchia, raggiungeva le maniglie dell’armadio e le cornici in gesso del soffitto.

Filo di scozia_2E Livio restava sul fondo, sopraffatto da un abisso di buio, dalla pressione e dal gelo che aumentavano a mano a mano che il suo corpo era schiacciato in basso da metri cubi e chilometri cubi di liquido… Soltanto immaginato, certo, ma umidamente tangibile. Livio era piccolo, solo, una particella di plancton nel silenzio tombale e rimbombante delle profondità oceaniche, tra pesci lanterna e balene con la cataratta, come l’occhio di quella vecchia giù in paese, quello che, guardandoci dentro, potevi vedere come saresti morto… O forse quello era un film di Tim Burton. Era in apnea, con un falò nei polmoni, ma senza le canzoni e la chitarra, e le guance si gonfiarono e si tesero come palloncini esasperati quando l’oscurità assunse la forma di un plesiosauro del Triassico e lo inghiottì.

L’attacco d’ansia, come il peggiore degli incubi o delle indigestioni post-cena a casa dell’ormai celeberrima zia Irma, combinava, distorcendoli, la sua passione infantile per i dinosauri, la paura dell’acqua e il terrore cieco per le creature abissali – terrore nato, molto probabilmente, quando la cugina di papà lo scoprì a smanettare in solitaria davanti allo spot di quel profumo, quello con la Bellucci che indossava il costume da bagno dietro a un lenzuolo e il modello che schiantava il polpo contro una roccia e gli mangiava la testa senza neanche una goccia di limone. Ecco, da allora le piovre, i calamari e perfino i delfini e gli scampi risvegliavano in lui una tachicardica fobia.

Il mostro preistorico, intanto, se lo rigirava nella bocca dentuta, come se Livio fosse un grumo di collutorio: ancora trenta secondi, giusto un’ultima passata sui molari, e l’avrebbe inghiottito, precipitandolo lungo uno scivolo coperto e salivoso. Avrebbe trascorso la nottata nello stomaco di un predatore estinto, tra succhi gastrici vecchi di milioni di anni, sballottato qua e là per poi essere vomitato tra le coperte madide e annodate solo al mattino, cinque minuti prima del trillo della sveglia.

Ma quella volta disse di no, e basta, mica puoi allagarmi la camera da letto, inghiottirmi a tuo piacimento e sputarmi perché contengo troppi grassi saturi, la mia era non è il tuo albergo. Livio divenne consapevole che fino ad allora aveva affrontato le onde e i rettili giganti senza armatura né scudiero, con un peloso uggiolante come unica cavalcatura… Era perfino scalzo!

Perciò chiese permesso al plesiosauro, si appiattì tra i suoi incisivi e allungò un braccio per aprire il cassetto del comodino: eccoli lì, i suoi accessori magici. Il filo di scozia è il filato più nobile, tesoro mio, gli ripeteva la mamma, infilandogli i calzini e ravviandogli i capelli prima del bacio della buona nanna, due calze per tenere freschi i piedi del mio principino, due calze per tenere lontani i brutti sogni e il raffreddore.

Filo di scozia_3Il nome di quei calzini, da bambino, gli evocava immagini di guerrieri in kilt senza paura, delle Highlands su a Nord, scenario di scontri tra clan dipinti, incantesimi e leggende; e quei calzini, strappati a forza da papà o dal fratello maggiore a un combattente immortale, erano arrivati fino a lui per sostenerlo in una grande impresa. Non c’era dubbio che il filo di scozia fosse nato per prendere parte a qualcosa di eroico.

Quindi Livio infilò i piedi – piedi lunghi e un po’ callosi, piedi da adulto – nei gambali grigi e morbidi, recuperò il suo orsacchiotto spelacchiato, sepolto tra boxer e fazzoletti di stoffa al profumo di mughetto, e si distese comodo: quando la calma e il sonno scesero sulla fronte, gli occhi e le meningi, la battaglia era già stata vinta e gli abissi si erano ritirati tra le assi del pavimento insieme ai melanoceti e al plesiosauro, ormai non più grande (né più aggressivo) di un pesce rosso.

 

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