50 sfumature di verde: Green Autobiography di Duccio Demetrio

Green Autobiography

È da tutto il giorno che persevero, nonostante gli sguardi disperati della gatta, le preghiere dei vicini e le incrinature di piatti e bicchieri – anche quelli del servizio buono – a canticchiare Come undone, complici la radio e il lunedì. Fatto sta che, al di là del mio inglese stonato e maccheronico, a un certo punto Robbie Williams gorgheggia: “If I ever hurt you your revenge will be so sweet”, e questo verso mi ha suggerito una riflessione.

A quanto si mormora, l’ex Take That avrebbe dedicato la canzone alla madre, con la quale, sempre secondo le voci di corridoio e della rete, ha un rapporto di amore-odio, oppure – e questo è il parere di altre campane – la ballata sarebbe un rimprovero dell’artista alla famiglia, colpevole di giudicarlo semplicemente un “bravo ragazzo”, senza notare o accettare i suoi lati più ribelli e complessi… Qualunque sia l’interpretazione corretta, io leggo questo testo, e in particolare la frase che ho citato qualche riga fa, come una carta d’identità, una dichiarazione di amore e di esistenza a qualcuno (concreto o etereo) che, nonostante i tuoi dissidi, le lotte intestine quotidiane – sedate a suon di musica e qualche eccesso – gli scatti e gli sbagli, è sempre pronto a riaccoglierti nel suo grembo, la più dolce delle vendette.

E questo abbraccio ci è offerto gratuitamente, senza progetto né pretesa, da una mamma, da un’amicizia speciale, dal compagno di vita o dalla natura. Natura come ispirazione, motivazione e protagonista del libro di cui vi vorrei parlare oggi.

Si tratta di Green Autobiography del prof. Duccio Demetrio, edito da Booksalad, un viaggio filosofico, lirico e introspettivo alla scoperta della letteratura green.

Chiarifico il mio ragionamento: nei confronti della terra, dei boschi e delle creature non umane, a volte, ci comportiamo come figli capricciosi, indisciplinati e scorbutici, agiamo dando per scontati – o magari non considerando proprio – l’affetto e il perdono; così, per esempio, pur di ottenere un certo tipo di olio a basso costo, non esitiamo a sfrattare (se non peggio) oranghi ed elefanti nani, ad abbattere e distruggere, a riesumare una pratica antiquata come quella delle enclosures. E cosa otteniamo in risposta? Altre aurore e altri tramonti strabilianti – forse ancora più belli ai nostri occhi, e rinvigorenti dopo una giornata nella metropoli tutta acciaio e gas di scarico – nuove fioriture tra le brecce dell’asfalto, il sorriso umido di un cane e un musetto selvatico che si strofina contro la nostra mano, con immutabile e rinnovata fiducia.

Nonostante la nostra furia da Berserkir, “la natura si esprime ugualmente, resiste, si annuncia”… e ci accompagna lungo tutta la nostra vita, come un leitmotiv, un fil vert che ci sostiene, getta un ponte morbido e resistente sull’abisso e non ci fa perdere la bussola. Le apparteniamo fin dalle origini, siamo soggetti alle sue leggi, stabiliamo con lei un rapporto necessario e reciproco di rispetto e responsabilità.

È un legame duraturo, continuo, talvolta inconsapevole, del quale possiamo riprendere coscienza attraverso il vagare in fruttuoso raccoglimento, l’osservazione e, soprattutto, attraverso la scrittura: “Scrivere è un atto meditativo, un riconoscimento dovuto alla natura” ha dichiarato l’autore in un’intervista.

Ma scrivere di cosa? Non tutti possiedono i saperi dell’agricoltore, del giardiniere, del botanico – e questo mi ricorda che la mia unica pianta sopravvissuta ha bisogno d’acqua.

Scrivere di noi, della nostra esistenza, di ciò che sappiamo.

L’opera di Duccio Demetrio non si legge con la facilità di un romanzo, è intessuta di citazioni, di stralci di poesie, di esperienze sensoriali e rimembranze, ma insegna, senza ferrei dogmatismi né superbia, a comporre il romanzo della nostra vita, una storia da conservare nel cassetto dei tesori, da leggere ai compagni di viaggio o, perché no?, da dare alle stampe, un’autobiografia che, desiderandolo, prevedendolo, pianificandolo o meno, avrà un’inevitabile sfumatura di verde – una o forse più: chi ha mai visto una foresta, o l’iride di un felino, dalla tinta uniforme?

Per la fortuna degli eventuali e malcapitati lettori, non avevo mai pensato prima d’ora a una mia autobiografia, ma la sto componendo adesso, rendendomi conto che, pur essendo una “cittadina”, cresciuta tra diaboliche comodità e inquinanti consumismi, il mio passato, il presente e il futuro sono schizzati di quella mescolanza di giallo e di blu: uno dei miei primi ricordi è legato alle more, al loro gusto sulle dita, alle guance appiccicose di viola, ai frutti di bosco sottratti ai rovi da papà, sotto lo sguardo doppio di una capra bianca; seguono gli ulivi secolari, la vipera su cui ho pesantemente poggiato, per sbaglio, il mio gentil deretano (ecco spiegato il motivo della sua testolina triangolare dalla forma schiacciata) e le bisce sulla strada di campagna (che siano i serpenti il mio filo verde?), il vermetto Cicci e le cimici in barattolo (poi tutti liberati), le foglie delle zucchine e il loro sapore un po’ peloso, gli aghi di pino composti in un colloso bouquet, la Barba di Giove spuntata tra le mattonelle del balcone (un trionfo di fucsia e di verde carnoso in mezzo alla calce e alla terracotta) e via di questo passo.

I fili verdeggianti, poi, si annodano, compongono un fitto tappeto di erba e di esperienze, se, chiacchierando in ascensore con un anziano vicino, scopri la sua passione per le gerbere e la montagna, se chiedi alla nonna quale sia ora più adatta per bagnare la calla (adesso, muoviti Med!) o se, passeggiando con un cuginetto, il marito o qualche amico, ti ritrovi a salvare un lombrico in mezzo alla strada, ad aspettare che mamma gabbiano torni a recuperare il suo pulcino (alto all’incirca quanto la sottoscritta) o a far entrare in salotto e nel tuo cuore un micio sperduto.

Nel concreto, chi scrive accettando l’invito di Demetrio magari non riuscirà a inventare energie alternative o a fermare lo sfruttamento di territori e lavoratori, ma la letteratura (e l’arte in ogni sua declinazione) dona consapevolezza, educa e contagia: la natura chiama, ma la sua voce arcana e rigogliosa non è fatta di parole… La penna presta orecchio (e dita), traduce, e il messaggio diventa universale.

P.S. Giovedì 22 ottobre alle ore 18.00 Duccio Demetrio presenterà il suo libro al Circolo dei Lettori di Torino insieme al “cercatore di alberi” Tiziano Fratus… E a partire da gennaio, stessa città stessa location, terrà due corsi!
Penne, stagioni, elementi e ricordi alla mano: ci state? 😉

P.P.S. Grazie alla casa editrice Booksalad e in particolare a Clara per avermi inviato una copia del libro!

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