Cammeo

Odi et amo… Torino!

cammeo

Mi ricordi un vecchio cammeo, sai?

Impegnativa, un po’ retrò, con un profilo bianco di cigno contro uno sfondo amaranto, indefinito di nebbia e sontuosità.

E se mi ci metto anch’io di profilo – pori trafficati di stress, ore piccole e pranzi rubati, e ossa sporgenti e primedonne – non guardiamo nella stessa direzione.

Eppure sei contagiosa nei tuoi spigoli e nelle tue curve, e sembra così facile vivere nei tuoi viali del tramonto, intossicarsi di passato e barocchismi, tra le piume di un ventaglio e la pellicola affumicata di un film sempre uguale e sempre bello. Oppure far miei i tuoi capricci e i tuoi sospetti, la tua estetica al sapore di fusion e di minestrone riscaldato appena appena, la tua superbia che si dissolve effervescente in un bicchiere di Pastis, il tuo riserbo impastato di nocciole e cioccolato.

Sei sovrana e matrigna, culla aguzza e DNA, colosso immobile che sa bene come inseguirmi e incunearsi in cadenze spalancate e paragoni che nonostante tutto ti vedono sempre vincente. Forse mi divoreresti e continueresti a specchiarti imperturbabile, se ti lasciassi fare, se non scappassi in un bosco di carta e nerofumo in compagnia di cacciatori imprevisti, cerbiatti impazziti e nani obnubilati.

Attempata Salomè dal lifting di cartongesso e garza a nascondere imperfezioni e impalcature, potresti chiedere la testa di chi vuoi – e magari lo fai – e come una sfinge modellata dal fiume lanci enigmi, e graffi e mordi e ingoi, mai sazia e perennemente imprevedibile. Sotto le gonne di velluto e collina amoreggi con una cricca che tanto per bene, sotto la pelle levigata, non è, e tra un orlo sdrucito e foulard d’avanzo ti contorci e apprendi nuovi ritmi e posizioni.

Con te e per te sono portico: ospito, incamero, nascondo; sono tortuosa e fluida su una pianta quadrettata, crema e caffè, caramello e sugo d’arrosto – e lasciarlo sul fondo del piatto è peccato! – olio e limone, sapori che si depositano su zone diverse di lingue e vite diverse, come vino rosso che scende nelle gambe e sale alla testa, erodendo e trasportando ricordi, viaggi immaginari, desideri nottambuli e irrequieti che non riesco e non posso e non voglio mettere in castigo.

E sono mercato, teatro, pub e bazar – vizi e beni di prima necessità all’accessibile prezzo di un cuore – rotonda e senso unico, isola e vicolo cieco; degusto e mi lecco le dita per non sprecare la marmellata, sfoggio eloquenza d’occasione e cazzeggio salutare, accarezzo con l’orecchio un arco e mi scateno con una batteria indisciplinata. E come te sono topinambur e curry quando ho voglia di giocare, granito per porre distanze dolorose e necessarie, e merda – di quella che ti si insinua nelle rughe delle suole – se un pensiero torbido e allo stesso tempo dannatamente organico, naturale, allettante, voluto e non cercato mi fulmina la testa.

Mi entri nei muscoli e li indolenzisci, solletichi le vertebre e travasi il sangue: sono una tua creatura e ci distinguiamo solo per il profilo, ma se ti giri un sorriso ce lo possiamo scambiare.

Sei un vecchio cammeo, sì: retrò, un tantino impegnativa, ma ti intoni con tutto – anche con gli umori mutevoli – e sei perfetta, se la luce ti colpisce dalla parte giusta e qualcuno me lo fa notare.

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