Lifting

Non avevo mai passato così tanti giorni lontano dal mio blog.
Mi è mancato il mio salottino virtuale, la mia soffitta di pixel in cui stipare parole e letture… Ma la vita, a volte, ti sballotta qua e là come in balia di una tempesta – e senza salvagente a forma di papera, per giunta! – altre stanze e porte reclamano di essere arieggiate, aperte, e spesso oltre la soglia ci sono ombre e specchi con cui dialogare, ma sempre col sorriso e un pizzico di coraggio.
E di certo non mancano le sorprese e gli approdi inconsueti, misteriosi e bellissimi,
luoghi e sogni tutti da esplorare.
In più ho il sospetto che sotto il mio letto non si nasconda un mostro dagli occhi di brace – e non so quanto gli converrebbe stare là sotto, tra orecchini smarriti e peli di gatto… E poi perché, con tutto lo spazio disponibile, le dimore abbandonate e gli incubi in cui abitare, un mostro dovrebbe deputare a residenza proprio quei pochi metri quadrati e avere una comunità di acari come coinquilini? Forse è lui ad aver paura di me? Se mi conoscesse meglio, forse potremmo concederci una partita a carte prima della nanna o scambiarci confidenze mentre ci facciamo le trecce a vicenda… Nessun mostro, dicevo, ma ho il dubbio che da qualche parte nella mia stanza si celi un ladro di tempo, che notte dopo notte trafuga granelli dalla mia clessidra…
E quando mi sveglio è già maggio.

Per cui rieccomi qui con un nuovo racconto… Ciao serpentelli!

 

Lifting

Storie tra le… rughe

 lifting

“Tirati su!”

Sul volantino campeggiava una bellezza elvetica platinata dall’età indefinibile, con due zigomi piramidali e un sorriso dagli angoli talmente in su che i tizi del video di Black hole sun potevano solo sognarselo.

Un A5 sgargiante, quasi un led di carta: lo prese per un segno.

“Tirati su! Lifting facciale, rimpolpamento rughe, tech-bio-nano scultura a partire da…”

Sorvolò sul prezzo, sorvolò sullo slogan di dubbia ironia, sorvolò perfino sulla correttezza ortografica di quei termini in bilico tra lo splatter, la pura zarria e Star Trek e compose il numero telefonico riportato in calce in grassetto carminio-catarifrangente.

Irritante musichetta di attesa, vocina sorcina, flap flap di agenda, spolliciamento sulla tastiera del pc e via, appuntamento fissato per quello stesso pomeriggio.

“Tirati su!”

Se non aveva funzionato una seconda (e nemmeno una terza e una quarta) vita sui Social, se la vodka aveva clamorosamente fallito, se il persiano bianco era stato contagiato dal suo mood depresso vanificando anni e anni di studio sulla pet therapy, forse avrebbe funzionato il binomio botox-bisturi… Tirarsi su alla lettera, una stiratina, uno colpo di mini spada laser… un ritocchino, insomma.

Non che non avesse provato tutti i rimedi di bellezza disponibili sul mercato – e pure sottobanco – ma con le sue “linee di espressione” era una battaglia persa in partenza: vivevano di vita propria (perfettamente in linea con la Teoria di Gaia, non fa una grinza… ma rughe a bizzeffe sì), si erano stabilite sulla sua faccia e avevano pure invitato le amiche per pasteggiare con la sua epidermide e rincorrersi tra le cellule, giù, sempre più in profondità. Assorbivano gel, filler e acido ialuronico come se fossero crema pasticcera, ingozzandosi e mettendo su peso.

E ora eccola lì, sulla soglia dell’ennesima candelina da spegnere. Ah, ma stavolta si sarebbe fatta un regalo come si deve, un viso tonico e rimodellato per fronteggiare i compleanni a venire e chissà cos’altro; una pelle nuova, una pagina tesa e liscia su cui scrivere un romanzo dai buoni presupposti.

Ed ecco l’insegna della clinica privata, la porta di acciaio e cristallo senza macchie né sbreghi.

Bye bye pieghe e piegoline!

Si toccò distrattamente una guancia… e incappò in Rebecca.

Sì, perché lei le aveva battezzate tutte, le sue rughe, a una a una, così come la sua migliore amica era solita dare un nome a ogni capello precipitato nel lavandino. A volte si trovavano in libreria a sfogliare di nascosto qualche guida per future mamme, alla ricerca di appellativi interessanti da affibbiare a quegli ammassi di cheratina e ai suoi infossamenti carnosi.

Rebecca, dicevamo. Lunga e ramificata come un salice piangente, come un sistema nervoso, come il delta del Po; quasi una cicatrice, dal centro dalla gota fino alla mandibola, una spaccatura, il ricordo cutaneo di una lite che l’aveva fatta gridare talmente forte da lasciare il segno. Poi la litigata era stata risolta e sepolta nel migliore dei modi, ma lei, Rebecca, era rimasta, come la prima signora de Winter nel castello di Manderley, mica si era lasciata sedurre dalle lenzuola ancora umide.

Le dita lunghe e nervose accarezzarono le tempie: Adelina e Guendalina erano proprio là, tre segnetti per parte a decorare gli occhi, un kajal indelebile a forma di zampe di gallina. Due gemelle dai nomi disneyani, il risultato dei ripetuti sguardi a fessura davanti al computer, di sbirciate languide e sornione – a volte ricambiate, altre no – e di risate, quante, fino alle lacrime e al mal di pancia, in un’occasione le era anche sfuggita una goccia di pipì.

Passò rapida sul collo, un cigno già sul palco per l’ultimo canto, poi titillò Beatrice e Fiammetta: rughe d’amore, parentesi tonde a racchiudere una bocca ancora turgida e ancora da risolvere come un prodotto notevole. Sorrisi scoccati e velati; “O” perfette disegnate con la precisione di un compasso, ma inconsapevolmente, ottenute senz’arte al culmine del piacere; e “O” più sbilenche di sorpresa e di ebbrezza, di canti stonati e cori da osterie… Sintetizzati in quei due semicerchi pregni e primedonne.

E ancora Gianna, Maria Celeste, Elvira, Lolita, Aspasia… Tutte presenti all’appello, smaniose di mettersi in mostra e crescere, crescere.

“Tirati su!”

Aveva varcato l’ingresso e le due parole, dapprima soltanto impresse su supporti di varia natura, adesso erano state infilate a forza in un endecasillabo a rima baciata, sparato a ripetizione dagli altoparlanti nella hall.

La ragazza al desk la fulminò con un sorriso ai raggi UV e lei corrugò la fronte… Silenzio carico d’aspettativa, un’esclamazione trattenuta e pubblico in visibilio per la sola e unica: la grande, la profonda, l’intensa e immortale Faustina.

Faustina. Il sommo solco tra le sopracciglia e l’attaccatura dei capelli, la ruga da delirio di onnipotenza, l’incarnazione del carisma. Bastava che Faustina comparisse per far scattare stagisti e colleghi, per avere il consenso dei dirigenti, per silurare o elevare alle stelle un progetto. Faustina era portavoce e despota, capofila, antesignana, esploratrice: di certo sarebbe stata anche l’ultima a fare l’inchino finale.

Ma da quel pomeriggio la musica sarebbe cambiata: addio inquiline morose e invadenti, addio viso da Grand Canyon, tutto crepacci e burroni e…

«Solo per oggi, signora, lo sbiancamento delle mani è in omaggio!»

Ma che, si poteva fare davvero?

Aveva sentito di sbiancamento dei denti e perfino dell’ano, ma delle mani… Come se si potesse prendere una gomma e cancellare quegli schizzi di caffelatte tra le dita, sulle vene verdine del dorso, sui segni lasciati da anelli ora in ossidazione in qualche cassetto. Un colpo di Pelikan e via, o magari un bagno nel latte d’asina o nel sangue di vergini, come Cleopatra o quella contessa imparentata con Dracula.

Che poi quelle, per lei, non erano macchie dell’età, ma lentiggini, piccole coccinelle o frammenti di comete posatisi col primo sole. Senza andarsene più. Ma quello era un dettaglio, una costante, il tempo pareva sentirsi a casa su di lei.

Sbiancamento delle mani gratis per avere due appendici eburnee a fare pendant col viso spianato e agguantare il futuro ancora lungo. Polpastrelli e polsi di neve per tendersi verso i giorni a venire e toccarli.

Ma le carezze di vetro a chi danno piacere? Non danno calore a chi le riceve, né fanno arrivare al cervello e al cuore di chi le offre l’ispido solletico di una barba di tre giorni, la durezza di una guancia che a poco a poco impara a fidarsi, il rettilineo stretto di due labbra che si fanno volo di gabbiano e di rondine di primavera.

E cosa ti dice un viso pittato di fresco, intonacato da un designer di persone? Cosa ti dice una faccia altera e svettante, da Rettiliano, replicata all’infinito sugli schermi e le passerelle?

Io voglio che il mio corpo sia un libro, trama e svolgimento delle idee che mi si agitano dentro; voglio che sia cartina tornasole delle acidità e delle dolcezze delle mie ore, mappa spiegata e conosciuta per tornare tutte le volte che mi va alle emozioni che ho visitato e mi hanno fatto visita.

«Signora?» la richiamò la segretaria.

«Signorine, prego» la corresse prima di fare dietrofront. E usò volutamente il plurale, ché aveva tante compagne di viaggio con sé: Faustina al timone; un firmamento di macchioline per indicare la via ad altre mani bramose di ormeggiare; le sorelle gallinacee, Aspasia e tutte le altre della ciurma piratesca (senza dimenticare una bottiglia di rum); e Fiammetta e Beatrice di vedetta pronte a gridare “Terra!” non appena avessero avvistato una bocca da baciare, una in particolare, e su cui costruire un nuovo mondo.

A ben vedere, su quella carta geografica impossibile da ripiegare c’era ancora spazio per altre bandierine, altre tappe da esplorare e fissare, altre rughe da portare come souvenir fino alla fine del viaggio.

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