Cammeo

Odi et amo… Torino!

cammeo

Mi ricordi un vecchio cammeo, sai?

Impegnativa, un po’ retrò, con un profilo bianco di cigno contro uno sfondo amaranto, indefinito di nebbia e sontuosità.

E se mi ci metto anch’io di profilo – pori trafficati di stress, ore piccole e pranzi rubati, e ossa sporgenti e primedonne – non guardiamo nella stessa direzione.

Eppure sei contagiosa nei tuoi spigoli e nelle tue curve, e sembra così facile vivere nei tuoi viali del tramonto, intossicarsi di passato e barocchismi, tra le piume di un ventaglio e la pellicola affumicata di un film sempre uguale e sempre bello. Oppure far miei i tuoi capricci e i tuoi sospetti, la tua estetica al sapore di fusion e di minestrone riscaldato appena appena, la tua superbia che si dissolve effervescente in un bicchiere di Pastis, il tuo riserbo impastato di nocciole e cioccolato.

Sei sovrana e matrigna, culla aguzza e DNA, colosso immobile che sa bene come inseguirmi e incunearsi in cadenze spalancate e paragoni che nonostante tutto ti vedono sempre vincente. Forse mi divoreresti e continueresti a specchiarti imperturbabile, se ti lasciassi fare, se non scappassi in un bosco di carta e nerofumo in compagnia di cacciatori imprevisti, cerbiatti impazziti e nani obnubilati.

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Cristallino

Non sarà il classico gioiello, ma di certo è un tesoro da tenere ben stretto…

 Cristallino

Quando sparì il Golden Retriever iniziò ad allarmarsi.

Dapprima non ci aveva fatto caso: un anello perso chissà dove, un portasigarette lasciato sulla mensola del caminetto e poi volatilizzato nel nulla, la penna – di quelle che costano, made in Italy al cento per cento – forse prestata (non ne era proprio sicuro, su questo punto la percentuale era più bassa) e mai riavuta indietro. Cose che capitano, la memoria che fa cilecca, o magari un principio di demenza senile nella madre tutta ferri e calze (se ne sarebbe preoccupato solo nel momento in cui quelle suddette calze fossero state riposte nel congelatore dalla suddetta madre), oppure il cane stesso – si sa che quelli acciuffano qualunque cosa, l’ammollano ben bene e poi la seppelliscono dove capita, credendosi reincarnazioni pulciose di pirati. O di impresari di pompe funebri.

Oh sì, lui ne aveva seppellite di cose… di gente – lui lui, non il Retriever – la conosceva bene la trafila, le scartoffie, la faccia da poker e da briscola e da scala quaranta con cui presentare la parcella ai familiari della buonanima, la cassa più adatta al trippone o alla mingherlina che già in vita si era portata avanti con le pratiche della mummificazione, perfino i fiori più adatti alla stagione e all’incarnato del caro estinto. Non per nulla era l’impresario di pompe funebri più in voga del circondario, rinomato per serietà, discrezione e sollecitudine. La sua rapidità di mano, invece, restava un segretuccio tra lui e il trapassato di turno. I parenti – i parenti! – oh, loro apprezzavano particolarmente quei quarantacinque-cinquanta secondi che chiedeva solo per sé e la salma, un ultimo saluto tutto particolare, un minuto scarso in cui lui, così ferrato in materia, avrebbe rivelato chissà quale scorciatoia, vademecum o consiglio di viaggio per arrivare dritti dritti senza intoppi, e senza passare dalla selezione all’ingresso, davanti a San Pietro. Continua a leggere

Anello chevalier

Un gioiello ricco di storia… che ritorna!

Anello chevalier

Un anello d’oro, un po’ ammaccato in verità. Per la precisione, un anello chevalier, un sigillo da dito.

A dirla tutta, la figura incisa sul castone – un’immagine al rovescio, ma che, impressa, avrebbe rivelato uno stemma nobiliare impettito e ritto sui suoi ghirigori, nonché la rettitudine delle supposizioni del suo proprietario – era un po’ offuscata dal tempo, resa opaca da lavaggi inappropriati (da quando i discendenti di principi e imperatori hanno incominciato a immergere le mani nel detersivo concentrato all’aceto e mela?), chiusa in una gabbia di graffi.

Qualche parente, poi, sicuramente più avvezzo alla stilografica che alla ceralacca, aveva riciclato il monile come fede nuziale, così, nella parte interna, concava, era possibile scorgere le tracce di un “settembre 1922”, di un “dicembre 1947”, di un “Vittorino”, una “Gervasa” e addirittura un cuore stilizzato. “Continuità tra passato, presente e futuro”, spiegava la famiglia; lui scuoteva la testa e faceva allusioni meno poetiche all’atrofia delle braccia di cui parevano aver sofferto alcuni prozii e cugine acquisite da parte di padre.

Su quello stesso castone, al di là delle usure e degli abusi subiti, oltre le scrollate di spalle della nonna, tra le particelle di acqua bollente, sapone neutro, alcool denaturato, ovatta e tanto olio di gomito (pregi e difetti di una lucidatura casalinga!), Venceslao discerneva nettamente le mitologiche forme di un drago: le fauci spalancate, gli arti rampanti e letali – riuscito connubio tra preistoria e folklore –, le ali da pipistrello, la coda a punta di freccia.

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